Genova, 30 aprile 2020

Credit: Opera di Bartolomeo Casertano, pittore e restauratore d’arte originario di Caserta.

Tornai verso casa continuando a pensare alle lezioni. C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori.

Il giorno prima della felicità (2009), di Erri De Luca


Ciao Marco.
Ricorderai che nei giorni scorsi ti ho parlato di una mia sorella che vive a Bergamo; forse non ti ho mai detto che ha due figlie – una di nove anni, l’altra di quattro – e fa l’insegnante. Mi ha chiesto se le fai la cortesia di dare un po’ di visibilità a un suo problema che, poi, riguarda tutti noi, visto che si parla anche di scuola: sino a prova contraria, l’investimento per il futuro della nostra società. Ecco quello che mi ha scritto:
La segregazione in casa ci ha lasciati soli anche dal punto di vista della scuola; soli a confrontarci con la didattica a distanza dei nostri figli, soli nello smart working esteso a tutta la giornata, soli nel gestire la didattica a distanza da insegnanti. Le mie figlie, iscritte entrambe a una scuola privata, seguono la loro didattica a distanza. Detta così sembra una situazione idilliaca; invece, non lo è. Innanzitutto le mie bambine sono troppo piccole per collegarsi da sole. Martina, la più piccola, non ha a che fare con una vera didattica a distanza, deve solo colorare schede su schede; per il resto è lasciata a me che, oltretutto, ho comunque dovuto pagare la retta intera dell’asilo di marzo e mezza di aprile. Bianca, la più grande, ha bisogno che qualcuno entri nel registro elettronico, scarichi schede da compilare di inglese, la colleghi a YouTube per ginnastica, le predisponga la lezione audio o quella “in presenza” nella quale la maestra dà anche i compiti da svolgere; quasi tutte le lezioni “in presenza” si svolgono al pomeriggio, mentre di mattina vanno seguite le video-lezioni. Se Bianca è da sola ad ascoltare – ed è la maggior parte delle volte perché io sono impegnata a correggere le verifiche dei miei studenti – non sempre capisce perfettamente il compito e, così, sono costretta a riguardarmi il video o a chiedere a qualche altro genitore: la maestra che a scuola dettava i compiti sul diario, adesso non si pone più il problema, dà per scontata la presenza e il supporto dei genitori. I compiti richiesti dagli insegnanti sono… diciamo così… i soliti – inglese, italiano, aritmetica e informatica, per esempio – ma ci sono anche quelli di ginnastica e religione; per ginnastica ci sono schede da compilare inserendo parole nelle frasi, o cruciverba impossibili su sport mai praticati da Bianca, mentre per religione… va be’, lasciamo perdere, se no dovrei parlare anche del Clil, del Teams e uno che non è del mestiere ci si perderebbe. Con la didattica a distanza – DAD, per gli appassionati degli acronimi – si dovrebbero superare le limitazioni dell’epidemia e della chiusura delle scuole; infatti, la scuola dove insegno l’ha già adottata per tutti i momenti d’emergenza che si potrebbero verificare durante il prossimo anno scolastico. La DAD non mi convince, al contrario di una buona maggioranza di colleghi che, addirittura, reputa che la DAD abbia migliorato la classe: Stanno zitti, si riesce a fare lezione meglio di quando eravamo “in presenza”. Sarà, ma a me quel silenzio spaventa; anch’io svolgo lezioni DAD, ma spesso chiedo agli studenti di accendere la telecamera per sapere se ci sono fisicamente, di rispondere alle mie domande per sapere se ci sono mentalmente; no, non sarei capace di spiegare nel silenzio assoluto, senza un ritorno dei miei ragazzi, perché ciò che mi ha sempre fatto cambiare il modo d’insegnare in corsa, tornare indietro, è stato dare ascolto anche a una minuscola richiesta fatta sottovoce o a uno sguardo dubbioso, annoiato, stralunato; sono poi le domande ad aiutarmi, soprattutto quelle che i ragazzi normalmente si vergognano di fare, quelle tipo Scusi prof, non ho capito nulla, oppure Ma com’è stato possibile che…? Quelle domande mi danno la possibilità di scoprire nuove prospettive dalle quali guardare la materia che insegno: come si fa durante la DAD a ricevere un feedback del genere? L’idea che la cultura possa diventare l’ennesima consegna a domicilio sa di tradimento della cultura come relazione fra le persone. Ancora una cosa: non tutti erano pronti a una didattica del genere perché non tutti possono permettersi una didattica del genere e, per questo, ogni scuola ha perso una certa quota di alunni, a volte classi intere quando in difficoltà ci sono andati i docenti.”
Marco, ma la scuola pubblica non aveva proprio questo compito, quello di permettere anche ai poveri d’imparare?

Genova, 29 aprile 2020

Credit: Opera di Bartolomeo Casertano, pittore e restauratore d’arte originario di Caserta.

Sappia, amico mio, che la famiglia, nei modi in cui è vissuta nei nostri paesi, con il padre onnipotente e le donne relegate ai ruoli domestici, con una piccola porzione di autorità che il maschio le lascia, la famiglia io la ripudio, l’avvolgo nella nebbia e non la riconosco.

Creatura di sabbia (1985), di Ben Jelloun


Ciao Marco.
Hai notato che la guerra continua? No, non sto parlando di quella nello Yemen né di quella inventata contro il Covid-19, sto parlando della guerra dei numeri: da una parte l’economia che spara le cifre della crisi – crollo della borsa, caduta del PIL, impennata dello spread – mentre sul versante opposto resiste il numero dei morti. Pensa te… la Signora Economia non è più autonoma, ma dipende nelle sue decisioni produttive da altri, da qualcuno che snocciola rosari di cadaveri: s’era mai visto prima?
Vanno un po’ meno di moda i grafici, invece. E questo è un peccato perché creavano un imbarazzo in chi li mostrava, che riusciva persino a far sorridere. Ricorderai che c’è stato un lungo periodo in cui la curva dei contagi scendeva assai meno del previsto e non si capiva come faceva il virus a propagarsi, se la stragrande maggioranza della popolazione rispettava i divieti. Il motivo erano le strategie sbagliate e le insufficienti dotazioni, spesso neanche a norma: in conseguenza delle prime, si ammalavano e morivano proprio quelli che non potevano uscire da mesi o da anni, come gli anziani lungodegenti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, i pazienti ricoverati e i detenuti nelle carceri; per il problema dotazioni, invece, s’ammalava e moriva chi lavorava negli ospedali perché protetto poco o male. In questo mondo in cui abbiamo permesso che l’impreparazione diventasse l’ingrediente principale per salire al potere, dall’oggi al domani l’ospedale diventava il luogo più temuto dai cittadini, e chi ci doveva salvare – i medici e il personale sanitario – si è ritrovato suo malgrado a essere vittima e corriere verso l’esterno del Covid-19.
Non s’ammalavano, invece, quelli che una casa non l’avevano, i senza dimora: non fosse tutto vero, ci sarebbe da morir dal ridere.
A proposito di casa… nessuno ha messo in risalto che è proprio il nostro domicilio il posto dove la ricchezza mostra i suoi muscoli, così come l’automobile o la barca; quando corriamo in un parco, nuotiamo al mare o facciamo una gita in campagna, siamo tutti più o meno uguali, mentre case, automobili e barche sono i mezzi per mettere in mostra il potere e il denaro che abbiamo accumulato.
Potere e denaro che ultimamente abbiamo apprezzato in tutta la loro crudeltà. Perché, parliamoci chiaro, è stato molto crudele mostrare messaggi di solidarietà e d’invito a restare a casa, realizzati da personaggi proprietari di giardino privato, angolo palestra, una camera per ogni figlio e banda larga mentre, dall’altra parte dello schermo, c’erano persone che nella propria abitazione non potevano permettersi un minimo di privacy, soffrivano di conflitti famigliari, non avevano il wi-fi e di che arrivare a fine mese.
Chi è molto meno crudele, più democratica, è la Natura: immersi in questa cambia tutto. Mi viene in mente il film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Lo ricordi? Mariangela Melato interpreta la moglie di un ricco industriale milanese che si gode le vacanze a bordo di un lussuoso yacht e che durante il soggiorno non fa altro che ostentare la propria posizione sociale nei confronti di Giancarlo Giannini, il nocchiere; quando i due naufragheranno su un’isola deserta, i rapporti cambieranno decisamente.
Spesso, i proprietari di auto, barche o yacht hanno anche il privilegio di guadagnare il proprio reddito senza nemmeno muoversi da casa, e così mi viene in mente chi ha bisogno di uscire tutte le mattine per campare; fra questi, tanti sono i precari, precarietà che spesso coincide con la giovane età. Altra cosa da dire: in queste ultime settimane, a perdere il posto sono stati tutti coloro che si erano appena affacciati al mondo del lavoro e chi viveva condizioni contrattuali e di reddito penalizzanti.
Insomma, caro Marco, come la Storia ci ha insegnato, ancora una volta il costo di una crisi non sarà distribuito in modo equo, ma verrà pagato dalle fasce più deboli.
Trascorrono i secoli, ma l’umanità continua a navigare nella nebbia, e qui mi viene in mente un altro film: hai mai visto “Titanic”?

Genova, 28 aprile 2020

Credit: Opera di Bartolomeo Casertano, pittore e restauratore d’arte originario di Caserta.

Tutto appare programmato in anticipo e lentamente perdiamo la capacità di lasciarci stupire, di ammettere che l’insolito è possibile.

Incontro d’amore in un paese in guerra (1997), di Luis Sepúlveda


Ciao Marco.
Non so se hai ascoltato la presentazione della Fase 2; in pratica, è stata una continua raccomandazione a non generare assembramenti, a non organizzare party. La situazione non è semplice e così le soluzioni, ma occorrerebbe avere una visione della realtà diversa e non usare criteri dell’anteguerra. Dico questo perché, letto chi si potrà incontrare, scopro che non potrò rivedere certi amici che considero fratelli, così come mia moglie non potrà incontrare le sue amiche care che considera sorelle, così come i nostri figli resteranno distanti da amici coi quali sono cresciuti insieme.
È stato scritto che si potrà incontrare i “congiunti” ovvero, così è stato precisato, “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”; dunque, a giorni si potrà andare a visitare non solo genitori, figli, nonni, nipoti e consanguinei o persone a cui si è legati giuridicamente, ma qualsiasi persona alla quale si sia legati da una relazione affettiva stabile. Detto così sembra tutto semplice, ma vallo a spiegare a chi ti fermerà per un controllo che stai andando a far visita alla tua compagna che frequenti da anni, con cui non sei legato giuridicamente; e se davvero ti credesse, immagina a quel punto quanti si muoverebbero millantando compagne e compagni sparsi in ogni dove. Ieri un amico mi diceva che andrà, comunque, a trovare la sua compagna e, nel caso fosse fermato per un controllo, è disposto a mostrare un video di qualche anno fa che ha nella memoria del telefonino, dove fa sesso col suo amore; ovviamente, dopo aver visionato la prova, le forze dell’ordine avranno l’incombenza di verificarne la veridicità e, quindi, seguirlo sino a destinazione e controllare che il viso della donna raggiunta corrisponda a quello del filmino. Una provocazione? Francamente, non saprei giudicare se è più provocatorio questo atteggiamento o quello di chi ci governa.
Mi domando perché ci si ostina a dire chi possiamo vedere, quando sarebbe sufficiente farci sapere quante persone si possono incontrare e con quali modalità. Mi sembra la stessa storia di quando passano certi spot alla TV dove ti dicono di stare a casa facendo le pulizie o riordinandola, praticando un po’ di ginnastica o leggendo un libro: ma saremo liberi di fare quello che vogliamo almeno in casa nostra? Ma non l’hanno ancora capito quanto le persone siano stufe di questi messaggi a reti unificate che vorrebbero rassicurare e che, invece, innervosiscono? Non abbiamo bisogno di governanti che si scusino per il disagio o si mostrino dispiaciuti nel dettare l’ennesima tavola dei comandamenti: a governare così siamo capaci un po’ tutti.
Marco, oggi mi vengono in mente le vittime più silenziose di questa Fase 2: gli innamorati lacerati da distanze e autocertificazioni che non prevedono di barrare alcuna casella che giustifichi di rivedere il proprio amore, ufficiale o clandestino che sia. Ma non sono solo loro le vittime, perché a tutti mancano quelle intese di sguardi che nascono camminando per strada; stare a casa significa anche prosciugare le fonti dell’amore nascente, e queste si prosciugano perché, spesso, gli innamorati non hanno casa, si incrociano per caso, si trovano a metà strada, si vedono quando possono e fanno casa nel parco, in macchina, in un cabina da spiaggia o in una stanza d’albergo.
La reclusione domestica e il distanziamento sociale sono stati per l’amicizia fra ragazzi, ma ancor più per gli innamorati di ogni età un colpo durissimo, una vera ingiustizia, perché gli innamorati non portano il mondo in casa come fanno tanti, ma fanno casa nel mondo, reinventano lo spazio pubblico facendo l’amore ovunque e non farebbero mai cambio col consumare rapporti a domicilio.
Gli innamorati non consumano, amano: dei veri rivoluzionari.

Genova, 27 aprile 2020

Credit: sinnerman@hotmail.it

Ciò che il mondo pretende dai poveri essi lo eseguivano interamente: il padre andava a prendere la colazione per i più modesti impiegati di banca, la mamma si sacrificava per la biancheria di estranei, la sorella correva a destra e a sinistra dietro al banco secondo gli ordini dei clienti […].

Metamorfosi (1915), di Franz Kafka


Ciao Marco.
Ricorderai che tempo fa ti parlai di due miei coetanei che avevano perso la mamma; due signore mancate a causa del Covid-19 e ospitate in altrettante Residenze Sanitarie Assistenziali, le ormai famose RSA. Bene. Grazie all’aiuto di una suora che portava un po’ di conforto alle pazienti, uno dei due ha ricevuto una lettera che la madre, di nascosto, ha dettato alla stessa suora che poi gliel’ha spedita. Te la trascrivo:
“Comprendo di non avere più tanti giorni. La donna che sta trascrivendo ciò che dico è l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso, ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Qua sembra che non manchi nulla, ma non è così… manca la cosa più importante, la tua carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “come stai mamma?”, gli abbracci e i tuoi tanti baci. In queste settimane mi è mancato l’odore di casa, i tuoi sorrisi e persino i tuoi mugugni. Perché questo è vivere. In 85 anni ne ho viste così tante… come dimenticare la miseria dell’infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta a ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. Eravamo tanto poveri quanto felici. Ricorda bene una cosa, che non sei stato tu a portarmi qui, ma sono stata io a convincerti: nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno e quando ho visto di non essere più autonoma non potevo lasciarti questo brutto ricordo di me, di una donna del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione. Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente è tutto pulito e in ordine, ma di fatto è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesta più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Ieri una donna delle pulizie mi ha detto all’orecchio: “Sa perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violenta sua madre, una così con quali occhi può guardare una donna?”. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta. Ora, però, posso dirlo: per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le RSA, queste “prigioni” dorate e quindi, sì, ora che sto morendo posso dire anche che… mi sono pentita. Se potessi tornare indietro ti supplicherei di farmi restare con te fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle tue lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di una povera vecchia, qui dentro anonima, isolata e trattata come un insetto. Questo Covid-19 mi porterà al patibolo, ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco: l’altro giorno l’infermiera mi ha preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di donna, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa: sai, mi cambiavano solo quando sapevano che stavi arrivando. Ma non fare nulla, ti prego… non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fai sapere però in giro che prima di certe malattie c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del più minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale. Ti voglio bene. La tua mamma.”
Hai capito Marco? A domani

Genova, 26 aprile 2020

Credit sommartist@gmail.com

[…] i passeggeri accettarono nell’indifferenza, anzi con un senso di rassegnato torpore, la notizia che il treno dell’Ovest, inutilmente atteso era stato soppresso, tanto in qualche modo avrebbero raggiunto la destinazione voluta percorrendo l’ultima cinquantina di chilometri sulla tratta secondaria. Nessuno si sorprendeva più per fatti del genere, perché le condizioni dominanti si ripercuotevano sul traffico ferroviario come su tutto il resto: l’ordine delle abitudini non era più indiscutibile, la confusione avanzava inesorabilmente in tutte le direzioni sconvolgendo la normale quotidianità, il futuro appariva insidioso, il passato lontano e dimenticato, mentre il normale corso delle giornate era talmente imprevedibile che la gente si era arresa, nessuno si sarebbe stupito se d’un tratto le porte avessero cessato di aprirsi o se il grano fosse cresciuto a testa in giù nel terreno, perché sebbene si avvertissero i sintomi di un processo di distruzione in atto, le cause sembravano imperscrutabili, e così non c’era altro da fare che avventarsi tenaci sulle prime cose concrete che si potevano afferrare […].

Melancolia della resistenza (1989), di László Krasznahorkai


Ma comportarsi intelligentemente, ponderare con lucidità le conseguenze di ogni gesto, non era davvero facile, perché sembrava che persino l’aria fosse cambiata, nelle sue eterne composizioni, in modo profondo, incomprensibile, come se il principio sconosciuto che manda avanti il mondo – pur restando sconosciuto l’ha fatto andare avanti, prova ne è il mondo medesimo –, dopo aver sempre funzionato, all’improvviso fosse rimasto senza forze, si percepiva ovunque aleggiare qualcosa di ben più difficile da sopportare della consapevolezza che un pericolo è in agguato: la sensazione generale che potesse accadere di tutto; perché quel “di tutto” spaventava più del pericolo di normali disgrazie, privava le persone di giudizio e ragione – l’effetto evidente era un’apatia generale che si diffondeva lentamente. Raccapezzarsi tra gli eventi insoliti, sempre più frequenti e spaventosi negli ultimi mesi, era ormai impossibile, perché oltre a perdersi il collegamento tra notizie, dicerie, chiacchiere, esperienze vissute (per esempio c’era qualcuno che poteva stabilire un ragionevole rapporto tra il gelo tagliente giunto troppo precoce a novembre, misteriose tragedie familiari, l’aumento dei disastri ferroviari, le voci allarmanti provenienti dalla lontana capitale sull’incremento delle bande minorili, il danneggiamento dei monumenti?), le notizie in sé, in ogni caso, pur non dicendo molto prese singolarmente, sembravano tanti segni premonitori di un’imminente – come si diceva sempre più spesso – “catastrofe”. 

Melancolia della resistenza (1989), di László Krasznahorkai

Genova, 25 aprile 2020

Credit www.nicocomix.it

[…] 25 aprile 1945. Io c’ero e posso testimoniare che era una guerra, quella partigiana, combattuta perché non ci fossero più guerre.

Angelicamente anarchico (2005), di don Andrea Gallo


Ciao Marco.
Ieri ho raccolto volentieri l’invito di alcuni amici, a scrivere qualcosa per oggi, 25 aprile. Spero ti soddisfi. Fammi sapere. Ciao.


Intanto, desidero chiarire due cose: la prima, il 25 aprile è la giornata in cui si ricorda la liberazione dell’Italia dal governo fascista e dall’occupazione nazista; la seconda, la Festa del 25 aprile è conosciuta anche come anniversario della Resistenza, giornata in cui si rende omaggio ai partigiani di ogni fronte o colore che, a partire dal 1943, contribuirono alla liberazione dell’Italia.
Ho scritto “partigiani di ogni colore” perché i partigiani amavano i colori: rossi erano i fazzoletti al collo dei partigiani comunisti, i garibaldini; verdi quelli di Giustizia e Libertà; rossoneri quelli degli anarchici; bianchi i cattolici; azzurri gli autonomi come Beppe Fenoglio, l’autore de “Il partigiano Johnny”.
Ho anche scritto “Resistenza”, e qua mi piace ricordare che è una parola d’origine francese, affermatasi in Italia a cose fatte, dopo il 25 aprile 1945; nel linguaggio dell’epoca, invece, veniva preferibilmente usata la parola “ribelli”, oppure “fuorilegge”, mentre nei documenti alleati si parla di “patrioti”, e tedeschi e fascisti si accaniscono contro i “banditi”, parola rivendicata con orgoglio dagli interessati, i partigiani.
Ho pure riportato che i “partigiani contribuirono alla liberazione dell’Italia”. E come contribuirono? Combattendo. E allora parliamo un po’ di questo combattere… la guerra partigiana va vista come un’organizzazione che nasce e si sviluppa in montagna, con ramificazioni in ogni singola valle, e ogni banda fa storia a sé: sarebbe un grosso errore pensarla come un esercito con gradi e gerarchie. Nel dopoguerra vi sarà una grande corsa a restituire titoli e gradi a una storia che ha il suo punto di forza nel disordine, nell’anarchia, nella logica dei piccoli gruppi che si sciolgono e si ricongiungono spesso in luoghi diversi. E questi piccoli gruppi dove le trovavano le armi per combattere? Le armi erano scarse e quelle poche non funzionavano affatto o molti partigiani non erano capaci di farle funzionare; si cercava di prenderle nelle caserme abbandonate dopo l’8 settembre, ma i risultati non erano granché soddisfacenti. Mancavano i pezzi di artiglieria, i ricambi, mancava specialmente chi sapesse insegnare a usarle. Si cercava di sottrarre armi ai tedeschi, ai repubblichini, ma per tutto il periodo del conflitto, il problema delle armi riguarderà, innanzitutto, la loro mancanza. Nonostante ciò, i partigiani ebbero la meglio.
Qualcuno tirerà fuori certe pagine scabrose di vita partigiana; a questo, si risponde che per quanto numerosi possano essere questi episodi, non potranno mutare il giudizio della storia: una parte non potrà essere equiparata all’altra – dalla parte giusta rimarrà chiunque ha combattuto per la civiltà contro la barbarie.
Qualcun altro dirà che, comunque, tante cose ancora oggi non vanno bene; in questo caso, va ricordato che le emancipazioni sono processi lunghi, che richiedono il concorso dell’intelligenza umana: le guerre, anche quelle di liberazione, illudono che sia possibile il superamento di antiche costrizioni, ma non possono incidere più di tanto. Gli antichi ritardi permangono. Nell’emancipazione della donna, per esempio, qualcosa in Italia non funzionava già molto prima che il fascismo andasse al potere.
Non mi preoccupano molto coloro che hanno da ridire, mi spaventa parecchio chi non si oppone a qualsiasi forma di fascismo gli si presenti davanti, e questo mi ricorda quanto ha scritto Alberto Cavaglion, che dal ‘39 al ’43 (periodo in cui l’Italia era alleata con Hitler) non s’è ravvisato alcun segno di opposizione e che davanti all’invio verso fronti lontani – l’Africa, l’Albania, la Francia, la Grecia o la Russia – non s’è registrato alcuna forma di ribellione; in pratica, le coscienze erano assopite, la discussione delle idee politiche del tutto affievolita. Cosa che non era accaduta durante la Prima guerra mondiale: nel 1917, per esempio, c’erano stati processi contro i sovversivi e i renitenti. Questa disabitudine alla lotta, questa indifferenza e la tendenza al compromesso, mi riportano alla mente ciò che disse una delle prime vittime della violenza squadrista, Piero Gobetti; la sua fu una definizione lapidaria del fascismo e, nonostante gli anni trascorsi, è purtroppo ancora attuale; disse che il fascismo non era altro che una sorta di riassunto dei nostri difetti: diffusa disabitudine alla lotta politica, scarsa disponibilità ad assumersi responsabilità di liberi cittadini, inclinazione alla retorica, al conformismo, al compromesso, alla cortigianeria, al demagogismo. Elementi che si ritrovano per tutto il ventennio fascista ma che, sempre più spesso, ce li ritroviamo sotto casa – a volta, anche dentro casa.
Capisco che la nostra memoria, sia quella singola che quella collettiva, subisca i riflessi dell’economia, ed è naturale che ciò avvenga: una cosa è ricordare il passato con pancia e portafogli pieni, altra cosa è ricordare il passato senza un lavoro e senza certezze per il futuro dei propri figli. Ma temo non abbiano tutti la pancia vuota gli italiani inclini al compromesso, al conformismo o che hanno perso l’abitudine a lottare.
E allora… su!, forza!… combattiamo il fascismo dentro di noi per essere capaci a combattere il fascismo fra di noi. Perché, come scriveva Orwell, “se sostenete che il fascismo è soltanto un’aberrazione che in breve tempo si esaurirà da sola, vi cullate in un sogno dal quale vi desterete nel momento in cui qualcuno vi darà una manganellata sulla testa.”
Buon 25 aprile.

https://www.youtube.com/watch?v=VSke7Ptn4No&t=42s
Questo è il link per accedere alla visione di un video in cui lo scrittore Marco Sommariva ha concentrato in poco più di quattro minuti il primo romanzo di Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947). La storia, ambientata in un piccolo paese ligure della Riviera di Ponente, racconta la lotta partigiana osservata dal punto di vista di un bambino di circa dieci anni, Pin. Anche la voce narrante è di Marco ( www.marcosommariva.com ), mentre illustrazioni, grafica e video sono di Nicocomix ( www.nicocomix.it ).
Buona visione, e buon 25 aprile.

Genova, 24 aprile 2020

Credit sommartist@gmail.com


Ciao Marco.
In questi giorni ho terminato di leggere “Infinite Jest” di David Foster Wallace. E visto che mi avevi anticipato che oggi avresti pubblicato un dipinto che si rifà alla tragedia delle Twin Towers, ho pensato potesse avere un senso spedirti la frase sotto, estratta dal libro.
La persona che ha una cosiddetta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l’avere della vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla stessa finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.
Spero d’averti fatto cosa gradita. A presto.