Genova, 31 maggio 2020

Credit: sommartist@gmail.com

[…] mi tornano in mente dei versi di Harry Martinson (1904-1978): “Si leva il condor al di sopra delle reti e delle trappole dell’inca / lassù dove nessuno lo disturba. Così in alto sale che la terra una pillola diventa / laggiù sospesa.” Harry era un uomo lungimirante, che riuscì in anticipo a vedere la terra come una pillola, una prospettiva che ebbe vasta diffusione solo quando ci giunsero le fotografie a colori dai viaggi sulla luna negli anni Sessanta, e che ben presto costituirono la base di tutte le metafore che tinsero l’immagine del nostro pianeta mia e di tanti altri. Prima delle fotografie di quel corpo celeste verdeazzurro nello spazio, alle preoccupazioni per le minacce al globo terrestre si poteva controbattere con le antiche leggende sulla sua smisurata grandezza. Qualche devastazione qui poteva essere compensata da aria e acqua più pulite là e da una sconfinata natura incontaminata in qualche altro posto ancora più lontano. Per questo non deve essere sottovalutata l’importanza di quelle fotografie per la presa di coscienza degli anni Settanta. Furono probabilmente più importanti di qualsiasi parola e, siccome le minacce erano grandi e la terra non era che una pillola, parecchi di noi, nella penombra dei boschi, giunsero alla conclusione che la fase coloniale nella relazione tra uomo e natura dovesse finire. Il che naturalmente era più facile da dire che da fare, ma, come tutte le utopie, allettante.

[…] il paesaggio industriale finì per diventare così duro e squallido che l’escursionista dovette andare a cercare lontane riserve naturali, nelle vacanze – pure quelle un’eccezione, una specie di riserva. Ma anche questa forma di colonialismo è ormai in via di sparizione, o dovrebbe esserlo. Non possiamo ancora considerare tutte le riserve naturali come compromessi al ribasso determinati dalla nostra mancanza di coraggio e di fantasia, ma quel giorno verrà, credetemi.

La Depressione non chiuse il suo catenaccio su chi viveva in mezzo alla natura con la stessa rapidità con cui colpì gli speculatori in borsa.

Si era posta la questione di quale uccello potesse essere il miglior simbolo per la giovane repubblica degli Stati Uniti. Franklin, uno dei padri della nazione, fece notare che, in effetti, l’aquila è una vile divoratrice di cadaveri e che in generale non vanta una grande moralità, il che la rendeva poco adatta come simbolo. Lo era invece il tacchino. Lo presentò come un animale combattivo e valoroso nella difesa del suo stormo, inoltre, per natura, i tacchini si infuriavano a tal punto alla sola vista del rosso che aggredivano i soldati inglesi che, all’epoca, indossavano appunto uniformi rosse. Possiamo immaginarci che successo di propaganda sarebbe potuto diventare, per esempio, durante la guerra fredda, quando si dava la caccia alle guardie rosse ai quattro angoli del mondo. Benjamin Franklin si rendeva ben conto che il tacchino è un animale vanitoso e un po’ stupido – “vain & silly”, scriveva – ma le qualità positive erano comunque preponderanti. Era un pensiero irresistibile, soprattutto per uno come me che per molto tempo si è portato dentro un latente antiamericanismo, basato sulle immagini delle guerre, spesso ingiuste, combattute dalla superpotenza in paesi al di là dei mari – la politica dell’aquila testabianca […].

L’arte della fuga (2006), di Fredrik Sjöberg

Genova, 30 maggio 2020

Credit: Carmen Lind Pettersen, pittrice guatemalteca

Gunnar Widforss […] non è senza una certa costernazione che racconta delle sparizioni notturne e delle deportazioni in Siberia: “Nemmeno i parenti sanno dove vanno a finire.”

Come sono in genere le dottrine salvifiche di successo […] era una miscela ben bilanciata di truffa e di banalità […].

All’epoca dell’arrivo dei primi europei le diverse culture indiane erano sparse sull’intero continente americano. Quel che accadde dopo è ben documentato: una storia dolorosa, talmente oscura e barbara da far sembrare buona e umana, almeno se pensata come soluzione di emergenza, perfino l’idea di ammucchiare questa povera gente in riserve protette, in alternativa allo sterminio. Si cominciò a tracciare i confini delle riserve indiane verso la fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, solo qualche anno prima che venisse istituito il primo Parco Nazionale nel Nordovest del Wyoming con il nome di Yellowstone. […] Ci sono circa trecento di questi territori più o meno autonomi e noi attraversammo il più grande. Un’intera giornata di viaggio in un paesaggio piatto e arido, povero di informazioni, con strade diritte che sembrano fatte apposta per favorire lunghe riflessioni in silenzio, seduti sul sedile anteriore di un’automobile. Perché quella politica, l’idea di trasformare dei nomadi pagani in agricoltori timorati di Dio, sia fallita lo capisce chiunque. Il terreno che venne loro assegnato era sostanzialmente privo di qualsiasi valore. […] Proteggere e conservare paesaggi grandiosi non è difficile. Basta avere i soldi. La varietà, invece, sia quella biologica che quella culturale, tende a svanire se rinchiusa in un’enclave.

Cosa distingue la vergogna per un genocidio che ha portato alla creazione delle riserve indiane e di altre enclave nei deserti, anche più vicino a noi, dalla vergogna per l’assalto dell’epoca industriale ai boschi e alle montagne? Dal pentimento tardivo per le piante e gli animali in pericolo? Proprio il rischio dell’estinzione, che oggi spinge a suddividere il paesaggio in parchi della domenica e squallore della quotidianità, indica nel mio mondo un punto che si trova al di là delle riserve naturali. Il merlo acquaiolo grigio […] non ha bisogno di nessun parco per sopravvivere, solo di un po’ di rispetto. E questo vale per quasi tutto, non solo per gli uccelli. Per le cozze d’acqua dolce, per quel che volete.

La devozione religiosa non è mai stata il mio forte.

L’arte della fuga (2006), di Fredrik Sjöberg

Genova, 29 maggio 2020

Credit: Carmen Lind Pettersen, pittrice guatemalteca

[…] è ovvio che i valori delle donne molto spesso differiscono da quelli che sono stati inventati dall’altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono “importanti”; il culto della moda, acquistare vestiti sono “frivolezze”. E questi valori, inevitabilmente, trasmigrano dalla vita alla narrativa. Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest’altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto. Una scena che si svolge su un campo di battaglia è più importante di una scena che si svolge in un negozio […].

[…] non c’è cancello, né serratura, né chiavistello che voi possiate mettere alla libertà del mio pensiero.

Era strano pensare che tutte le grandi donne della narrativa, fino ai tempi di Jane Austen, non solo erano viste attraverso gli occhi dell’altro sesso, ma erano viste unicamente in rapporto all’altro sesso. Che è una porzione davvero minuscola della vita di una donna: e persino di questa un uomo riesce a saperne davvero poco, specie quando la osserva attraverso gli occhiali scuri oppure rosei che il sesso cui appartiene gli ha messo sul naso.

[…] c’è sempre un punto, dietro la testa, della grandezza di uno scellino, che non si riesce mai a vedere da soli. E una delle funzioni positive che un sesso può svolgere a favore dell’altro è descrivere quella chiazza, della grandezza di uno scellino, che sta dietro la nuca.

[…] le donne sono dure con le donne. Le donne non amano le donne.

La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non solo da duecento anni a questa parte, ma dall’inizio dei tempi. Le donne hanno goduto di minore libertà intellettuale dei figli degli schiavi ateniesi.

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 28 maggio 2020

Credit: opera di Bartolomeo Casertano

[…] persino nell’Ottocento la donna non veniva incoraggiata a diventare un’artista. Al contrario, era trattata con disprezzo, rimproverata, ammonita, esortata. La sua mente doveva uscirne logorata, e la sua vitalità diminuita dalla necessità di opporsi a questo, di confutare quello. Perché qui, ancora una volta, entriamo nell’ambito di quel complesso maschile, assai interessante e oscuro, che tanta influenza ha avuto sul movimento di emancipazione della donna; quel desiderio così profondamente radicato, non tanto che lei sia inferiore, quanto che lui sia superiore, sentimento che lo fa essere presente ovunque si volga lo sguardo, non soltanto nel campo dell’arte, ma lo induce a sbarrarci la strada verso la politica, anche quando il rischio per lui sembra infinitesimale e colei che supplica appare umile e devota.

Lady Winchilsea era nata nel 1661; era nobile, sia per nascita che per matrimonio; non aveva avuto figli; scriveva poesie, e non si deve fare altro che aprire un suo libro per vederla esplodere dall’indignazione nei confronti della condizione delle donne:

Come siamo cadute in basso! Cadute per regole sbagliate,
Dall’educazione più che dalla natura siamo state beffate;
Di ogni crescita mentale siamo private,
All’ignoranza dirette e incoraggiate […]
Ci dicono che confondiamo il nostro sesso e i costumi;
Buone maniere, moda, ballo, abiti, giochi,
Sono i talenti da desiderare;
Scrivere, o leggere, o pensare, o indagare,
Ombra farebbero alla nostra bellezza, e consumerebbero il nostro tempo,
Porrebbero fine alle conquiste della nostra giovinezza,
Mentre il tedioso governo di una casa servile
È da alcuni ritenuta per noi la massima arte e impiego.

[…] rivolsi la mia attenzione verso […] la Duchessa […] Margaret di Newcastle, più anziana di Lady Winchilsea, ma a lei contemporanea. Le due donne erano assai diverse, eppure simili nell’essere ambedue nobili, ambedue senza figli, ambedue sposate con uomini di grande qualità. In entrambe ardeva la stessa passione per la poesia, entrambe appaiono sfigurate e deformate dalle stesse ragioni. Basta aprire a caso le pagine della Duchessa per trovare la stessa esplosione di rabbia: “Le Donne vivono come Pipistrelli o Gufi, faticano come Bestie, e muoiono come Vermi…”.

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 27 maggio 2020

Credit: opera di Bartolomeo Casertano

[…] mi ero guadagnata da vivere mendicando lavori saltuari presso i giornali, facendo la cronaca di uno spettacolino qui o di un matrimonio là; avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo a voce alta per vecchie signore, creando fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini di un asilo. Erano queste le principali possibilità di lavoro aperte alle donne prima del 1918. E non c’è bisogno, purtroppo, che vi descriva nei dettagli la fatica di questo lavoro […] né la difficoltà di vivere con quel denaro, una volta guadagnato […].

“Picchiare la moglie” lessi “era un diritto riconosciuto dell’uomo e veniva praticato senza vergogna nelle classi sociali alte come in quelle basse… Allo stesso modo […] la figlia che rifiutava di sposare l’uomo che i genitori avevano scelto per lei, poteva venire chiusa a chiave, picchiata e malmenata, senza che l’opinione pubblica subisse il benché minimo turbamento. Il matrimonio non era questione di affetti personali, ma di avarizia familiare, in particolare fra le ‘cavalleresche’ classi superiori… La promessa di matrimonio spesso aveva luogo quando una sola o ambedue le parti erano ancora nella culla, e il matrimonio quando avevano a malapena lasciato la mano della balia.” Tutto questo succedeva intorno al 1470 […] circa duecento anni più tardi […] era ancora un’eccezione che donne di classe media e alta potessero scegliersi il marito, e una volta che questo era stato loro assegnato, egli diventava signore e padrone, almeno fin dove la legge e il costume glielo consentivano.

[…] se la donna non esistesse altro che nella narrativa scritta dagli uomini, la si immaginerebbe come persona della massima importanza; molto varia; eroica e meschina; splendida e sordida; infinitamente bella, e ripugnante al massimo grado; grande quanto l’uomo, e secondo alcuni persino più grande. Ma questa è la donna in letteratura. Nella realtà […] essa veniva rinchiusa, picchiata e maltrattata. […] Della più grande importanza dal punto di vista della fantasia; del tutto insignificante da quello pratico. Pervade da cima a fondo la poesia; ma la storia la ignora quasi del tutto. Nei romanzi domina la vita di re e di conquistatori; nella realtà era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo per forza un anello al dito. Dalle sue labbra piovono alcune delle parole più ispirate, alcuni dei pensieri più profondi di tutta la letteratura; nella vita di tutti i giorni era raro che sapesse leggere, a stento sapeva scrivere, ed era di proprietà del marito.

[…] era impensabile che una donna ai tempi di Shakespeare, potesse avere il genio di Shakespeare. Perché un genio come quello di Shakespeare non nasce tra gente ignorante, asservita, costretta a fare lavori pesanti. […] E dunque come avrebbe potuto nascere tra donne che […] cominciavano a lavorare quasi prima di lasciare la tutela della balia, le quali a questo venivano costrette dai loro genitori e poi dal peso della legge e della tradizione?

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 26 maggio 2020

Credit: Bartolomeo Casertano

Ora che partecipava al trambusto, all’affannoso ritmo del ticchettio delle macchine da scrivere degli uffici, capiva perché la gente provava grandi soddisfazioni nell’essere presa dall’ansia dei tempi troppo stretti per la firma dei contratti, per la realizzazione dei progetti. Era un modo per sentirsi importanti, pensava, per trovare una ragione per uscire dal mondo-focolare ed entrare nel mondo-libro dei bilanci, dove esisteva il rischio, il pericolo delle sconfitte o delle vittorie. La vita si trasformava, così, in un affare interessante, una scommessa costante, e uno poteva presumere che il tempo non scivolasse via tra le dita, che si concludesse qualcosa in quelle ore che sembravano interminabili, quei giorni che implacabilmente si ripetevano uno dopo l’altro.

Gli spagnoli dicevano che dovevano civilizzarci, farci abbandonare la barbarie. Ma loro ci dominarono con la barbarie, saccheggiarono. In pochi anni fecero più sacrifici umani di quelli fatti da noi nella storia intera delle nostre celebrazioni. Questo paese era il più popolato. E, invece, nei venticinque anni che mi toccò vivere, lo vidi rimanere senza uomini; li avevano mandati in grandi imbarcazioni a costruire una città lontana che chiamavano Lima. Li uccisero, i cani li sbranarono, li appesero agli alberi, gli tagliarono la testa, li fucilarono, li battezzarono, prostituirono le nostre donne. Ci portarono un Dio estraneo che non conosceva la nostra storia, le nostre origini e voleva che lo adorassimo come non sapevamo fare. E di tutto ciò, che cosa è rimasto di buono? mi chiedo. Gli uomini continuano a fuggire. Ci sono governanti sanguinari. Si continuano a straziare i corpi, si continuano a far guerre. Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. È l’unica cosa che di noi è rimasta: la resistenza.

[…] si mise a discorrere sull’effetto narcotizzante della rassegnazione cristiana: era ingiusto che una persona, pur essendosi comportata molto male nella vita, potesse salvarsi per il semplice fatto di essersi a un certo punto pentita in un determinato momento. Lei rispettava la sua fede in Dio, le disse, ma le religioni erano state fatte dagli uomini. Non le sembrava ingiusto che la rassegnazione la raccomandassero sempre ai poveri?

[…] la faceva adirare il comportamento prepotente e paternalista della società dei ricchi e potenti, indifferenti alla quotidiana ingiustizia che li circondava, mentre vivevano spensierati i loro privilegi.

Tanta gente cercava di ignorare la miseria, accettando le disuguaglianze come una legge della vita.

La donna abitata (1988), di Gioconda Belli

Genova, 25 maggio 2020

Credit: sommartist@gmail.com

Questa tomba a fianco è quella di una religiosa italiana. Si chiama Antonia Locatelli. Quando lei ha visto, due anni prima del genocidio, che si stavano preparando a fare cose non belle, ha detto a una radio straniera: Quello che stanno facendo contro i tutsi del Rwanda non va bene, dobbiamo fare qualcosa. E allora qualcuno è andato a casa sua e l’ha uccisa.

Rwanda. Murambi, il libro delle ossa (2000), di Boubacar Boris Diop


Ciao Marco.
Oggi t’inoltro un’interessante lettera arrivatami dal Kenia, speditami dal Dott. Gianfranco Morino; dovresti ricordarti di lui: una copia del tuo libro “Indispensabile” l’ha portata con sé a Nairobi. Fra le varie cose, parla anche della vicenda che tanto clamore ha sollevato nei giorni scorsi, quella di Silvia Romano.

“Sono ormai passati quasi quarant’anni dal mio primo viaggio in Africa, in Burundi, nella regione dei Grandi Laghi, in un centro sanitario missionario non lontano dal lago Tanganica. Ero studente di medicina e insieme a un gruppo di giovani guidati da un grande prete della diocesi di Acqui Terme, siamo partiti per questa esperienza dopo aver seguito un periodo di formazione. Fu un mese illuminante che aprì la strada della mia vita. Poi arrivò l’esperienza del Servizio Civile Internazionale come medico in Kenya e da lì il cammino di tanti anni nelle organizzazioni non governative e nei progetti di sviluppo.
In Kenya, da anni viviamo l’escalation del terrorismo dei gruppi islamici radicali come gli Al Shabaab. A Nairobi abbiamo imparato a convivere con le minacce di attentati degli Al Shabaab ai luoghi pubblici, ai centri commerciali, ai luoghi di culto, alle scuole.
In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. La lode ad Allah, Signore dei Mondi, il Compassionevole, il Misericordioso. Re del Giorno del Giudizio, te noi adoriamo, a te noi chiediamo aiuto. Guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nelle tua ira né degli sviati. Amen: questa è la Fatiha, la prima sura del Corano, espressione della pietas musulmana, lontanissima dal fondamentalismo islamico degli Al Shabaab. Alcuni di noi hanno imparato a memoria la Fatiha per provare a salvarci la vita: sia nell’assalto al centro commerciale Westgate di Nairobi nel 2013 con 71 morti e 175 feriti, sia nel massacro del Giovedì Santo del 2015 di 148 studenti all’Università di Garissa nel nord del Kenya, gli Al Shabaab prima di uccidere chiedevano agli ostaggi di recitare la sura del Corano, e solo chi era in grado di farlo a volte veniva risparmiato. Questo è successo anche negli innumerevoli assalti ai pullman nel nord-est del Kenya, sulla strada per Garissa e Mandera, al confine con la Somalia; questi ultimi fatti non finiscono sui nostri giornali perché riguardano “solo” la popolazione locale e non gli occidentali. Dopo gli assalti e gli attentati noi medici abbiamo visto esseri umani dilaniati senza arti, corpi crivellati da armi automatiche e pavimenti allagati di sangue.
A questa ferocia Silvia Romano è sopravvissuta. Qui si pensava che non ce l’avrebbe mai fatta, che fosse morta. È stata una donna forte e resistente. Abbiamo purtroppo vissuto il fatto grave della spettacolarizzazione della sua liberazione e del boomerang mediatico che l’ha trasformata in un successo per gli Al Shabaab, facendo sentire tutti noi che viviamo e lavoriamo in questa parte del mondo, ora più a rischio. E poi l’odio riversato su di lei dai seguaci dei cattivi maestri, un odio non episodico ma sistematico, preparato nel tempo contro chiunque possa minimamente rappresentare valori di solidarietà. Possiamo solo immaginare la paura di questa donna e adesso la memoria del suo dolore. E di fronte alla sofferenza degli altri l’unico meccanismo umano di comprensione è quello dell’empatia, dell’immedesimazione, del mettersi nei panni altrui. E da lì la compassione, il provare e sentire insieme.
Silvia non era una cooperante, ma una ragazza arrivata in Kenya con un visto turistico, mandata senza preparazione, senza permesso di lavoro e senza assicurazione da un’associazione evidentemente disorganizzata, in un villaggio isolato a far giocare i bambini. In questa parte di mondo purtroppo è un pullulare di questo tipo di associazionismo basato sull’improvvisazione, che sfocia spesso in assistenzialismo senza competenze. E questo tipo di esperienze spesso è controproducente sia per i giovani che le fanno sia per le persone che incontrano sul posto. È importante far capire con franchezza ai giovani che le prime esperienze, tanto più non inquadrate in veri e propri progetti di sviluppo, sono esperienze conoscitive: non si va ad aiutare, ma sono principalmente per sé stessi, per provare a conoscere altre realtà, a incontrare con rispetto culture diverse, spesso povertà estreme, imparando a osservare e ascoltare. E i giovani in queste prime esperienze vanno preparati e poi guidati attentamente: Silvia è stata sfortunata. Avrebbe potuto incontrare un’associazione seria e organizzata, o un gruppo missionario giusto e fare un’esperienza formativa guidata e protetta. O avrebbe potuto fare domanda e partire con il Servizio Civile Internazionale e, una volta confermata la sua scelta, avrebbe potuto prepararsi frequentando un master di Cooperazione e fare poi un’esperienza guidata sul campo con una ONG un po’ più seria. Certo il rischio non si potrà mai abolire, ma può essere controllato e ridotto: tutte le organizzazioni non governative, anche piccole, ma riconosciute dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo hanno un codice e protocolli di sicurezza per tutto il loro personale.
È comunque molto importante non sminuire l’importanza della motivazione e non guardare con sospetto gli ideali che la animano: in questo tempo povero di spinte ideali, i giovani che sono ancora capaci di sognare dovrebbero poter trovare un ventaglio di possibilità interessanti e serie per poter incanalare le proprie aspirazioni; la ricerca della propria strada andrebbe sempre incoraggiata e la spinta alla generosità e alla gratuità andrebbe gestita al meglio. E la componente motivazionale che ha permeato molte esperienze di volontariato è un patrimonio che non va perso: non sempre è scontato trovare questo aspetto ideale della solidarietà, anche in giovani molto preparati, con master di alto livello e professionisti della cooperazione.”

Genova, 24 maggio 2020

Credit: sommartist@gmail.com

La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. Poco oltre, una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo. Qualcuno tradusse: bisognava scendere coi bagagli, e depositare questi lungo il treno. In un momento la banchina fu brulicante di ombre: ma avevamo paura di rompere quel silenzio, tutti si affaccendavano intorno ai bagagli, si cercavano, si chiamavano l’un l’altro, ma timidamente, a mezza voce. Una decina di SS stavano in disparte, l’aria indifferente, piantati a gambe larghe. A un certo momento, penetrarono fra di noi, e, con voce sommessa, con visi di pietra, presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in cattivo italiano. Non interrogavano tutti, solo qualcuno. “Quanti anni? Sano o malato?” e in base alla risposta ci indicavano due diverse direzioni. Tutto era silenzioso come in un acquario, e come in certe scene di sogni.

[…] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.

Oggi è una buona giornata. Ci guardiamo intorno, come ciechi che riacquistino la vista, e ci guardiamo l’un l’altro. Non ci eravamo mai visti al sole: qualcuno sorride. Se non fosse della fame! Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l’uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quello della causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n’è un’altra; e in realtà, una serie di altre. Perciò, non appena il freddo, che per tutto l’inverno ci era parso l’unico nemico, è cessato, noi ci siamo accorti di avere fame: e, ripetendo lo stesso errore, così oggi diciamo: “Se non fosse della fame!…” Ma come si potrebbe pensare di non aver fame? il Lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente.

Se questo è un uomo (1947), di Primo Levi

Genova, 23 maggio 2020

Credit: Bartolomeo Casertano

Mi incuriosiscono le persone che la pensano in modo radicalmente opposto da me. Capire il punto di vista degli altri è fondamentale, soprattutto quando si hanno convinzioni forti.

Verrà il tempo, ed è molto vicino, in cui i milionari saranno unanimemente disprezzati, perché hanno ammassato le loro fortune producendo povertà e grazie alla povertà.

Riservi il suo disprezzo al catechismo, piuttosto, che è una ridicola caricatura della fede. Un bambino non può imparare a diventare cristiano mandando a memoria le risposte. Non è per forza di volontà, per disciplina o per ragionamento che si diventa cristiani.

Una cosa sbagliata non può diventare giusta per legge.

L’amore per gli infelici è la cosa di cui il mondo ha più bisogno.

[…] indipendentemente dall’età, chi può sostenere di sapere sempre e perfettamente cosa sta facendo? Solo i presidenti e gli stronzi.

Non badate se è un gatto a parlarvi. Ascoltatelo.

[…] chi “ragiona con la propria testa” non ci appare più come un individuo che può arricchire il gruppo e contribuire a salvarci, ma come un potenziale traditore che ne mina l’unità e ci condanna.

Nella nostra ricerca di Libertà, di tutti, per tutti, non per uno solo, o per una cricca, c’è una libertà che non può, non deve essere consentita: quella di sfruttare gli altri.

[…] se solo io sono libero, nessuno è libero, nemmeno io.

La lotta non è solo distruzione.

Nelle tenebre mi apparve Gesù (2005), di Gianfranco Manfredi

Genova, 22 maggio 2020

Credit: Disegno di Fabio Santin, Credit: aparte@virgilio.it

[…] sapeva cosa provava. Quella sorta di rabbia impotente che assale chi è senza lavoro, continua a cercarlo e riceve dei continui rifiuti – una cosa ben diversa dall’essere semplicemente disoccupati.

La brava terrorista (1985), di Doris Lessing


Ciao Marco.
Anche oggi ti scrivo per raccontarti le disavventure causate dal Covid-19 a un amico: a inizio anno decide di abbandonare il paese d’origine del basso Lazio per salire al Nord… anzi, no… te le faccio raccontare direttamente da lui.

“A inizio febbraio mi contatta un amico che vive a Milano per dirmi che c’è una possibilità di lavoro nell’azienda dov’è dipendente e che è disposto a ospitarmi a casa sua sino a quando non sarei stato in grado di affittare una stanza per conto mio. Visto che dalle mie parti la vita è dura, il lavoro scarseggia e ho un passato abbastanza complicato, non me lo faccio ripetere due volte e mi attivo immediatamente per organizzare la partenza. Il primo passo che faccio è affittare casa mia; dopo la morte di mio padre ne divento il proprietario, cosa che per molti potrebbe apparire una fortuna ma che non lo è se, come nel mio caso, sei disoccupato e non hai la possibilità economica per mantenerla. Tramite un mio caro amico sociologo, trovo una cooperativa che ospita richiedenti asilo interessati all’affitto della casa; l’abitazione aveva bisogno di adeguamenti per essere idonea a ospitarli, perciò il mese di febbraio sarebbe trascorso per i lavori e l’affitto avrebbero iniziato a pagarmelo da metà marzo. Per farla breve, l’otto febbraio parto e arrivo a Milano. Dopo 33 anni sofferti un po’ per colpa mia e un po’ per perdite familiari, pare che la vita inizi a sorridermi. 
Comincio a lavorare; non è un lavoro fantastico il venditore porta a porta, ma se sei spigliato e sai trattare con le persone – caratteristiche che mi son sempre state riconosciute – hai un buon margine di guadagno.
È un lavoro duro sia a livello mentale – prendi tante porte in faccia e insulti di ogni genere – che a livello fisico: sali e scendi scale per dieci ore al giorno; comunque, durante il mio primo giorno di lavoro ottengo subito una soddisfazione: riesco a chiudere un contratto da solo, cosa che mi dicono essere quasi impossibile all’esordio.
Il mattino dopo arrivo in ufficio e ricevo i complimenti del datore di lavoro e dei miei colleghi. Sono contento. Penso… Cavolo!, allora anch’io sono capace a fare qualcosa di buono. Per una persona come me che ha passato gran parte della vita per strada a far niente, costantemente al limite dei guai se non dentro del tutto, è uno spiraglio di luce.
Le prime tre settimane di lavoro filano via: mi alzo alle sei del mattino e torno la sera alle nove, stanco morto ma soddisfatto.
Alla quarta settimana cominciano a farsi più frequenti le notizie sul Covid-19, e la sfortuna vuole che l’epicentro dell’epidemia si trovi proprio in Lombardia. Giorno dopo giorno s’intensificano aggiornamenti poco confortanti dei vari telegiornali, poi iniziano ad aumentare contagiati e vittime e, infine, la Lombardia viene dichiarata zona rossa. Le ultime giornate di lavoro sono davvero strane: treni sempre meno popolati, metropolitane idem. Un giorno esco come tutte le mattine per andare al lavoro e, quando raggiungo la zona da coprire, la situazione è surreale: le strade del quartiere assegnatomi sono deserte. Questo lavoro è già difficile, c’è tanta diffidenza in generale, ma quella mattina le persone non rispondono al citofono e chi lo fa dice chiaramente…
Abbiamo paura, vai via!
È andata avanti così tutto il giorno. Tornato a casa ero molto preoccupato.
L’indomani decido insieme agli altri colleghi di non andare al lavoro; decisione azzeccata, visto che tre giorni dopo arriva la notizia del lockdown forzato. In concomitanza con lo stop mi arriva una chiamata dal mio paese: la cooperativa che doveva affittare casa mi fa sapere che, causa Covid-19, è tutto bloccato e che non si parte con l’affitto. Svaniva la mia unica salvezza economica; finivano così le mie speranze di ripresa, la mia vita cambiava di nuovo, ma in peggio.
Resto a Milano senza lavoro né sussidio dallo Stato. Per il primo mese ricevo un aiuto dall’azienda, poi basta.
Passano i giorni e l’amico che mi ospita comincia ad avere la febbre alta: i sintomi sono simili a quelli del Covid-19: andiamo entrambi in paranoia. Cominciamo a telefonare ai vari numeri verdi indicati per l’evenienza, ma non c’è nulla da fare, sono sempre tutti occupati. Dopo ore e ore di tentativi riusciamo a metterci in contatto con un operatore che ci dice tre sole cose: la Tachipirina va bene, il soggetto deve stare in isolamento, va contattato il 112 in caso di problemi respiratori. Chi ci ha risposto non era un medico e sapeva poco e niente sul da farsi. Sono stati tre giorni d’inferno prima di capire che era una banale febbre.
Trascorriamo due mesi chiusi in casa; usciamo solo per fare la spesa con le dovute precauzioni.
Adesso pare che la vita stia tornando normale, ma sono senza lavoro, lontano da casa e senza soldi. Probabilmente sarò costretto a tornare al mio paese e ricominciare tutto da capo. Ma partendo da dove?, mi domando. Non ne sono entusiasta. Avevo tanti progetti che il virus ha mandato gambe all’aria. La fortuna non mi è mai stata amica, ma quest’ultimo colpo è davvero duro: il Covid-19 ha spento quel minimo di speranza che ancora avevo. Tornerò alla vita di prima, disoccupato in cerca di escamotage per non soccombere alla miseria.
Posso solo ritenermi fortunato di non aver contratto il virus ma, oggi, se non muori di malattia muori di fame.”