Genova, 4 maggio 2020

Disegno di Fabio Santin, Credit: aparte@virgilio.it

Il malato fu fatto sedere sulla sponda del letto, e al di sopra del ginocchio fu stretto un legaccio, segno del giro che doveva fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò, tutto intorno, la profondità d’un dito. […] Per ultimo si segò l’osso. Maroncelli non emise un grido. […] V’era, in un bicchiere sopra la finestra, una rosa. “Ti prego di portarmi quella rosa”, mi disse. Gliela portai. Ed egli l’offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: “Non ho altro da presentarle a testimonianza della mia gratitudine.” Quegli prese la rosa e pianse.

Le mie prigioni (1832) di Silvio Pellico


Ciao Marco.
Tempo fa ti ho domandato se potevi dare spazio a un “copia/incolla” di dati relativi alla Repubblica Centrafricana, speditimi via mail da mia sorella che era a Bangui. Oggi ti chiedo se puoi dare spazio a un’esperienza di suo marito, di qualche tempo fa, in Siria.
Lui ha operato come volontario negli ospedali improvvisati negli scantinati dei palazzi, e spesso mi ha raccontato di operazioni e amputazioni senza anestesia per la mancanza di farmaci, eseguite su pazienti per la maggior parte civili – soprattutto donne, ragazzi e bambini – feriti dai bombardamenti dei caccia di Assad.
Dopo aver trascorso un po’ di tempo lì e aver visto cose dell’altro mondo, decise di dare una mano e rischiare la vita in una zona parzialmente controllata dall’Esercito siriano libero (ESL), dove erano frequenti gli scontri con l’Esercito governativo siriano o con gruppi di shabbiha, le milizie paramilitari ben addestrate e armate dal regime siriano, quelle che si macchiano dei crimini più atroci. Fu così che, qualche giorno dopo, giunto in un piccolo villaggio appena liberato dalla presenza degli shabbiha, vide uscire da un’abitazione un soldato dell’ESL che vomitava: all’interno c’era una ragazza seduta cavalcioni su una sedia, gonfia di botte, violentata, con in bocca un panno che era servito per strozzare le urla e un vecchio coltello da cucina conficcato nella testa reclinata all’indietro. Lo stesso giorno, in un villaggio accanto, lui e alcuni combattenti stavano seduti in un campo incolto, quando alcune donne chiesero loro d’intervenire in aiuto dei propri uomini; entrando nel villaggio, videro un gruppo di shabbiha che lo stavano abbandonando e una ventina di cadaveri con le mani legate e le orecchie mozzate – in un telefonino gettato a terra era appena stato registrato un filmato dove si vedevano gli uomini che subivano le amputazioni e il viso di uno shabbih carico d’odio che mostrava le orecchie appena recise.
Anni fa scandalizzò il mondo un video amatoriale che mostrava tale Abu Sakkar, un combattente dell’ESL, mentre mostrava il cuore di un soldato siriano appena ucciso, facendo il gesto di mangiarlo e promettendo la stessa sorte a tutti i soldati di Assad. A nulla era valsa la presa di distanza da questo gesto da parte degli alti quadri dell’ESL e nemmeno la “giustificazione” di Abu Sakkar, che diceva d’essersi comportato in quel modo per aver trovato nel telefonino del soldato ucciso, dei video in cui venivano violentate delle ragazze, uccisi e poi bruciati dei bambini, torturati degli uomini.
Il gesto di Abu Sakkar non aveva nulla di umano, ma era il gesto di un singolo; operazioni simili ma di gruppo erano, invece, quelle compiute dai corpi speciali di Assad; pochi, però, si domandarono perché il gesto truce di un singolo indignò il mondo mentre, per esempio, del massacro confessionale di 1.500 civili sunniti non ne parlarono in molti. Che poi la risposta non era neanche granché complessa: tutti i giornali scrissero su Abu Sakkar mentre non si vide un titolo sul video che mostrava un soldato di Assad mentre decapitava un combattente dell’ESL. Il crimine più grande che da anni sta commettendo Assad, superiore alla morte di centinaia di migliaia di persone, alle torture, alla distruzione del paese, è quello di seminare giornalmente l’odio confessionale tra i siriani, odio che sopravvivrà al clan degli Assad e alla dittatura.
Mio cognato mi ha pure raccontato di quella volta che, a circa cinquecento metri da un villaggio che osservava col binocolo, s’accorse di una strana agitazione nei movimenti di una trentina di shabbiha; a un certo punto vide due di loro che trascinavano un bambino che si dibatteva a tal punto che dovettero intervenire un paio di compagni a dar manforte. Il bambino voleva scappare, probabilmente aveva rubato qualcosa agli shabbiha, forse del cibo, ed era intenzione di questi punirlo: uno dei quattro prese un’accetta e gli tagliò gli avambracci mentre gli altri tre lo tenevano fermo.
Quando mio cognato è rientrato in Italia ha portato con sé solo odio e tristezza, però è pronto a ripartire; al giorno d’oggi, è quasi impossibile raggiungere quelle zone di guerra, ma proverà passando dal Libano.
E sai perché vuole tornare, Marco? Perché là non è cambiato nulla e, ora, è pure arrivato il Covid-19.