Genova, 5 maggio 2020

Credit: Opera di Bartolomeo Casertano, pittore e restauratore d’arte originario di Caserta.

Non ci si può sbagliare. La civiltà ha centuplicato le capacità produttive dell’uomo e, a causa della cattiva gestione, i suoi uomini vivono peggio delle bestie; hanno meno cibo, meno vestiti e meno calore di quanto non abbia, nel suo clima rigido, il selvaggio inuit, che vive oggi come viveva nell’età della pietra, diecimila anni fa.

Il popolo degli abissi (1903), di Jack London


Ciao Marco.
È un pezzo che non ti parlo più del mio lavoro. Per fortuna non devo parlartene davvero, ma è sufficiente scriverti: anch’io, come tutti i miei colleghi, passo da un mal di gola all’altro e sono senza voce – per quanta roba abbiamo indosso siamo sempre sudati e dovendo arieggiare continuamente i locali…
Ho una bella notizia: da ieri non abbiamo più pazienti positivi. Questo non significa che per noi, personale medico, sia cambiato qualcosa; anzi, non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia, visto che abbiamo ancora un centinaio di ricoverati che potrebbero avere il virus. Se penso a quando c’erano più di 250 positivi e tornavo a casa contento se durante il mio turno di lavoro ne erano morti solo due invece dei soliti cinque o sei… ho visto morire più pazienti in questi due mesi che in vent’anni di Unità Coronarica. Il problema è che questo Covid-19 non si riesce a inquadrarlo; ti faccio due esempi: il mio amico chirurgo deceduto giorni fa, s’è infettato in sala operatoria perché il paziente era positivo e nessuno lo sapeva, ma i collaboratori presenti in sala non hanno contratto il virus; un mio collega è stato in quarantena per cinquantatré giorni perché dai test continuava a risultare positivo asintomatico, mentre una mia collega che stava benissimo è smontata dal turno di notte che non aveva niente e la sera dopo suo figlio l’ha trovata morta in casa: fatto il tampone al cadavere, la donna è risultata positiva. Ripeto, questo virus spiazza. È anche vero che se il tampone fosse stato fatto per tempo e a tutti, la mia collega sarebbe ancora viva. A questo proposito, mi piacerebbe sapere com’è stato possibile trovare subito i tamponi per tutti i giocatori di serie A, mentre per noi sono trascorsi più di quaranta giorni: ho iniziato a lavorare a contatto coi malati il 16 marzo, ma il primo prelievo del sangue per un controllo mi è stato fatto il 3 di aprile e il primo tampone il 27 – otto giorni fa! – e solo perché era morta la collega.
Ieri ti ho parlato dell’esperienza di mio cognato e mi son dimenticato di dirti com’era arrivato in Siria: era andato a portare aiuti umanitari in un campo profughi a Kilis – in Turchia – e, da lì, ha attraversato il confine quando era ancora possibile farlo. In seguito, è andato altre due volte passando dal Libano insieme a dei contrabbandieri. È una famiglia così, quella di mia sorella: quando suo marito non è in Siria, lei è in Africa. Ora è in Kenia, fra gli abitanti delle baraccopoli di Nairobi in piena emergenza sanitaria da Covid-19, dove le regole come il distanziamento sociale e l´isolamento sono inconcepibili. Pensa che nelle baraccopoli che circondano completamente la capitale Nairobi, abitano due milioni e mezzo di persone: lavarsi le mani?, per almeno 20 secondi? Impossibile: nessuna delle baracche accatastate l’una all’altra ha acqua corrente e servizi igienici. L’acqua si compra e non si può sprecarla. Se si deve scegliere fra un pasto al giorno e un sapone, non si acquista il sapone. Distanziamento sociale e autoisolamento? Impossibile: la densità della popolazione in uno slum è di centomila abitanti per chilometro quadrato. Quarantena?, e dove? Impossibile anche questa: vivono in dieci in baracche di tre metri per tre senza finestre o con vista su vicoli senza fogne e latrine. Fare scorte alimentari ai supermercati?, sopravvivendo con un dollaro al giorno? Non scherziamo: al massimo si comprano mais e fagioli per un pasto. Chiusura delle scuole? Questo, invece, è stato possibile farlo, ma ha dato vita a un altro disastro: la maggioranza dei bambini va a scuola perché viene assicurato loro un pasto per aumentare la frequenza scolastica, ora che le hanno chiuse si ritrovano addensati nelle strade, a cercar cibo per loro e le famiglie.
Sia chiaro, questa non è solo la realtà dei poveri di Nairobi, ma di tutti i poveri delle tante megalopoli del mondo.
Il Neema Hospital di Nairobi che sorge vicino alle baraccopoli, sta fronteggiando l´emergenza sanitaria ma servono nuovi respiratori, mascherine, medicinali e ossigeno.
Un’ultima cosa: ho sentito nuovamente quell’amico, il tipo che grazie al lavoro che fa sa con un mese d’anticipo le balle che ci racconteranno i telegiornali… bene… lui continua a sostenere che il virus è stato creato in laboratorio e che è stato eseguito un esperimento e che, tutto questo, i militari lo chiamano “test sul campo”. Le cavie? Siamo noi, naturalmente. Marco… non voglio crederci.