Genova, 6 maggio 2020

Credit: Opera di Bartolomeo Casertano, pittore e restauratore d’arte originario di Caserta.

In tutti i Paesi dove l’informazione è strettamente controllata le voci diventano un’apprezzata fonte alternativa di notizie […].

Shalimar il clown (2005), di Salman Rushdie


Ciao Marco.
Come te la stai cavando sotto il bombardamento mediatico che sta accompagnando la vicenda Covid-19? Hai notato l’enorme quantità d’informazioni proveniente da fonti diverse e dal fondamento spesso non verificabile? Tra l’altro, il diffondersi delle informazioni così rapido e attraverso i canali più diversi, ci ha complicato non poco la gestione dei rapporti coi parenti dei pazienti; per esempio, di fronte alle nostre istruzioni chiare e univoche – quelle dell’ospedale dove lavoro, intendo – ottenevamo i ritorni più diversi, dettati dalle informazioni che ogni persona s’era procurato. Pare sia successo anche in altri ospedali italiani, e questo sembra non essere mai accaduto durante le emergenze del passato, non solo sanitarie; da qualche parte, ho letto che durante seconda guerra mondiale le persone reagivano in modo… come dire?… più ordinato, e che questo comportamento era frutto di una più lenta trasmissione delle notizie e del numero limitato dei mezzi di comunicazione.
Tutti questi ritorni diversi dai parenti sono, però, in parte giustificati dalle dichiarazioni rese negli ultimi due mesi da virologi, infettivologi e scienziati vari che, ancora oggi, godono di un passaggio mediatico non irrilevante e che, intanto, hanno cambiato idea rispetto a una sessantina di giorni fa. Al proposito, ti faccio un breve elenco. A inizio febbraio un medico e divulgatore scientifico affermava in TV che l’uso delle mascherine da parte di alcuni cittadini era dovuto probabilmente all’inquinamento perché Il virus in Italia non sta circolando. Ci si può preoccupare dei fulmini, delle alluvioni, non di quel virus in questo momento; contemporaneamente un ministro affermava che Le scelte che stiamo facendo possono rassicurare il nostro paese, non bisogna avere paura, gli allarmismi sono sbagliati.
Il 23 febbraio una virologa affermava che Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale, mentre qualche giorno dopo un virologo diceva che La malattia provocata dal nuovo coronavirus, rispetto ad altre, è banale e non è contagiosissima, come possono esserlo, ad esempio, il morbillo o la varicella, ma è piuttosto comparabile all’influenza; sempre in quei giorni un infettivologo sosteneva che i viaggi non andavano annullati e precisava Se uno li ha programmati li deve fare, cerchiamo di non fermare un Paese, ci stiamo facendo del male da soli. Tutto questo a fine febbraio. Il mese scorso, invece, un membro molto importante del Consiglio Superiore di Sanità manifestava dubbi riguardo l’utilizzo delle mascherine Usare le mascherine? Quello delle mascherine è un argomento di cui non esistono evidenze fortissime.
Detto che nessuno è infallibile e che la scienza procede per tentativi, per errori, è lecito chiedersi perché alla luce di tutte queste cantonate, le stesse persone non abbandonino la supponenza che, al momento, è l’unica cosa che li unisce; direi che sarebbe il minimo da parte di studiosi che hanno sostenuto una cosa con la stessa tranquillità con cui ora sostengono l’esatto contrario. A fronte di ciò, è naturale che le persone abbiano dato e diano i ritorni più diversi
Mi sono chiesto come si può fare in questo periodo a proteggersi da questo uragano mediatico cui siamo sottoposti. Comprendere la comunicazione non è mai irrilevante, tantomeno al tempo del Covid-19, e un elemento importante di questa è il linguaggio che si utilizza. Di certo avrai fatto caso come ha spopolato una metafora bellica che non si preoccupava tanto di focalizzare l’immagine di un nemico invisibile, ma di produrre quella dei “soldati” – medici e infermieri – e dei “feriti” – i malati – che combattono per “noi”. Medici e infermieri ci sono stati proposti nella loro divisa e, ogni tanto, a far buon peso, sono state aggiunte immagini di volti con le “cicatrici” della battaglia – i segni della mascherina e dei dispositivi di protezione. Tutte queste figure, queste immagini avevano uno scopo ben preciso, studiato a tavolino: creare un forte senso di coesione sociale – l’ormai svalutatissimo “noi” – e invogliare alla resistenza, a nascondersi, a restare a casa. Nulla è casuale: parole come paura, emergenza, minaccia, crisi economica spesso citate dalla stampa e dai politici, hanno aiutato a far accettare o addirittura a invocare misure che altrimenti sarebbero state vissute come al limite della tollerabilità.
Alla fine di questa mia analisi un po’ grossolana, sai quali conclusioni traggo, caro Marco? Che tutto questo ha colpito per l’ennesima volta le persone più fragili e vulnerabili, coloro che per mancanza di tempo o di strumenti necessari non sono in grado di controllare la veridicità, genuinità di questa insalata di notizie condite a dovere, e cioè… quasi tutti, me compreso. E forse era proprio questo l’obiettivo che volevano raggiungere i padroni dell’informazione: confonderci.