Genova, 7 maggio 2020

Credit: sinnerman@hotmail.it

A proposito dei militari, Dostoevskij ha scritto che sono “le persone al mondo meno interessate a porsi dei problemi”.

Ragazzi di zinco (1989), di Svetlana Aleksievic


Ciao Marco.
Oggi t’inoltro la lettera che ho ricevuto da un amico di Belluno guarito dal Covid-19. Tolti i saluti iniziali e finali, è questa…
… ho scoperto da poco d’avere gli anticorpi al Covid-19 grazie al test sierologico che, sul posto di lavoro, hanno dato la possibilità di fare volontariamente a tutti i dipendenti interessati; in pratica, sono uno dei tanti contagiati non diagnosticati per tempo perché non sufficientemente ammalati: sintomatici, ma non troppo.
Il mio breve viaggio nel contagio è iniziato un mese e mezzo fa, quando sono andato a trovare mio fratello, reduce da una probabile colica renale accompagnata da febbre alta: ”Non è coronavirus”, mi ha assicurato – in ospedale lo avevano escluso. Cinque giorni dopo mi accorgo di avere i primi lievi sintomi, ma immagino sia una normale influenza. Il mio medico mi rassicura e certifica la malattia per il lavoro per tutta la settimana. Nel frattempo a mio fratello sale la febbre e inizia ad avere una tosse forte e persistente. Dopo una settimana la situazione in casa non è più sostenibile e finalmente si fa il tampone: positivo, polmonite bilaterale, Covid-19. Scatta la quarantena per lui e i suoi familiari, per me e la mia compagna, e per i miei genitori.
Iniziano le telefonate quotidiane dal dipartimento della ASL, per conoscere l’andamento della temperatura e la presenza di eventuali sintomi. Ho febbre altalenante però mai troppo alta, un po’ di tosse e di mal di gola ma, soprattutto, degli attacchi di emicrania così forti che una volta telefono alla guardia medica alle cinque del mattino: “Prenda della Tachipirina.” Continuo a segnalare i sintomi in attesa di un tampone, ma niente: mi dicono che il medico dell’ospedale valuterà la situazione per decidere in merito. Comincio a stare meglio. Finisce la quarantena e avverto la ASL che dovrei rientrare al lavoro, anche se ho concordato di restare a casa una settimana in ferie, per precauzione. Mio fratello nel frattempo si è aggravato, è stato ricoverato in pneumologia Covid-19 e si parla di un probabile trasferimento in terapia intensiva. La preoccupazione resta forte, per me, mio fratello, la mia compagna. Non si capisce cosa fare. Finisce anche la settimana di ferie senza che, nel frattempo, qualcuno m’abbia spiegato come comportarmi e, così, rientro al lavoro con tutte le precauzioni possibili: mascherina, guanti e distanziamento. Continuo a chiedermi se posso essere una potenziale fonte di contagio, ma stupidamente mi dico anche che se lo fossi mi avrebbero in via precauzionale fatto un tampone. Però poi mi accorgo che ne fanno a caso, a campione, fuori dai supermercati e allora non capisco. Il mio impiego prevede di stare a contatto col pubblico e sono lasciato libero di muovermi per recarmi al lavoro, ma vengo fermato mentre rientro a casa, a un posto di blocco di carabinieri con mitra spianato: “Cosa fa in giro?”. Dopo una ventina di giorni in cui mi sono regolarmente recato al lavoro, faccio il test: positivo all’IGG e negativo all’IGM; in sostanza ho avuto il Covid-19, sono guarito e non sono più contagioso. Mi dicono Avrebbe dovuto fare il tampone prima di rientrare al lavoro, ora non ne vale più la pena, è passato molto tempo dalla scomparsa dei sintomi, la sua eventuale carica virale sarebbe comunque ormai sicuramente bassa.
Non ne vale la pena forse perché il test sarebbe stato sicuramente negativo e si sarebbe sprecato un tampone.
Nel frattempo, mio fratello è stato dimesso, sta meglio, stiamo meglio tutti.
Intanto, continuiamo a dover giustificare a carabinieri e polizie varie, il perché siamo in giro quando andiamo a lavorare, a portare la spesa ai genitori, a comprare qualcosa al supermercato o in farmacia. Nessuno, però, si giustifica con noi per i tagli al personale nella Sanità, per la chiusura dei reparti negli ospedali o i morti nelle case di riposo.