Genova, 14 maggio 2020

Disegno di Fabio Santin, Credit: aparte@virgilio.it

[…] mio padre, medico, dopo aver trascorso tanti anni in comunione con gli africani, sentendosi uno di loro, un amico, scopre che il dottore è solo un’altra incarnazione della potenza coloniale, esattamente come il poliziotto, il giudice o il soldato. Poteva forse essere diversamente? Esercitare la medicina significa avere potere sulle persone, così come il controllo medico è anche controllo politico. Il governo britannico lo sapeva bene: all’inizio del secolo, dopo anni di accanita resistenza, era riuscito a sconfiggere con la forza delle armi e della tecnologia moderna la magia degli ultimi guerrieri ibo nel santuario Aro Chuku.

L’africano (2004), di J.M.G. Le Clézio


Ciao Marco.
Quando penso ai piccoli ospedali che sono stati chiusi, a quanto è stato ridotto negli ultimi trent’anni il numero dei letti, alle mense, alle cucine e alle sterilizzazioni esternalizzate, ai laboratori d’analisi accorpati, ai medici costretti alle dimissioni anticipate, mi vengono in mente tutti gli anni trascorsi a lavorare tra l’incudine dei bisogni dell’utenza e il martello dei vertici aziendali. Sono quasi quarant’anni che lavoro in ospedale, e avrei dovuto capirlo subito che non ero finito in un posto dove si pensa alla reale tutela della salute; d’altra parte, come sposare una causa del genere quando la priorità assoluta è il rispetto del bilancio? E il perché avrei dovuto capirlo subito te lo spiego raccontandoti i miei primi anni di lavoro.
Ero poco più di un ragazzo quando iniziai come Ausiliario Socio Sanitario Specializzato (ASSS) – quello che oggi viene definito OSS, Operatore Socio Sanitario – producendo con la forza della mia età: sempre sudato, e non perché faceva caldo.
Soprattutto pulizie, e cioè sanitizzazione di oggetti, arredi, ambienti, rispettando nel contempo le norme e i comportamenti da tenere per evitare infezioni o contaminazioni, e tutto questo ha dei protocolli precisi, non interpretabili; se si vuole evitare che la persona operata non sia infettata, bisogna salvaguardare il più possibile il campo sterile e che l’aria intorno non si mescoli con quella degli altri ambienti, sebbene sia tutta a circuito chiuso e iper filtrata. Sebbene.
Dopo due anni ero quasi fulminato e ho iniziato a pensare che non avrei resistito a quel ritmo che io stesso avevo un po’ contribuito a raggiungere, una velocità troppo alta, che faceva felici il primario e qualche aiuto per la quantità di interventi che si riusciva a portare a termine e che a me, forse, avrebbe assicurato il rinnovo del contratto: in casa c’era grande bisogno di uno stipendio.
Come di consueto venivano effettuati dei controlli sul grado di contaminazione degli ambienti – su pareti, calzature, ruote dei letti, ecc. – ma la carica batteriologica risultava sempre troppo alta; immancabilmente, mi si diceva che occorreva ridurla.
Perché non potevano o forse non volevano, nessuno fra chi faceva i controlli, il caposala e i colleghi ipotizzavano una diminuzione della quantità d’interventi: alla fine sarei stato io, ultima ruota del carro, a dire la verità al direttore sanitario? Andare dal primario non sarebbe servito a nulla: era conosciutissimo per la sua capacità d’insabbiare qualsiasi problema.
Il primario, esperto in ferite di guerra, seguiva la linea della cura per le infezioni post-operatorie con un massiccio uso di antibiotici, ma restava il fatto che le pulizie andavano effettuate con più rigore, che si sarebbe dovuta abbassare la quantità d’interventi così d’avere il tempo necessario per una pulizia più accurata; non un’eternità, solo il tempo tecnico utile.
Con colleghi e caposala, ci si salutava come se ogni giorno si fosse una banda in missione: che sia stata questa vigorosa sinergia di gruppo a inibire il caposala per un suo autorevole: “Ora basta!”? Non lo so, e come in uno stallo le cose continuavano ad andare avanti così. I controlli erano sempre più frequenti e, nonostante ci mettessi l’anima a pulire, non si rilevava alcun miglioramento: i dati mi venivano fatti notare puntualmente e, visto che la programmazione delle operazioni non calava, mi sentivo così tanto sotto stress da farmene solo una colpa.
Non so dirti esattamente per quanto tempo tutto questo andò avanti; ci rendevamo conto che la macchina non si riusciva a rallentare, e introdurre delle piccole pause tra un intervento e l’altro servì soltanto a surriscaldare un clima già di grande attesa. Poi un giorno confidai a un collega che non ce la facevo più a sostenere questi ritmi frenetici, che non c’era nulla all’orizzonte che lasciava presagire un miglioramento della situazione, che erano i pazienti quelli più a rischio e che forse avevamo già sulla coscienza qualche vita umana e che… sì… ero stanco e stufo e che era mia intenzione denunciare il tutto alla Direzione Sanitaria.
Marco, una settimana dopo mi era stata assegnata un’altra mansione.