Genova, 16 maggio 2020

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Del resto, era una precisa tecnica di governo al tempo della dominazione spagnola in Italia, questa di costringere i sudditi a convivere con leggi inapplicabili e di fatto inapplicate, restando sempre un poco fuori della legge: per poterli poi cogliere in fallo ogni volta che si voleva riscuotere da loro un contributo straordinario, o intimidirli, o trovare una giustificazione per nuove e più gravi irregolarità.

E’ del resto una caratteristica della bassa, questa che tutto passi in fretta e nulla, o quasi, lasci un segno di sé; la memoria non incide solchi, al contrario di quanto accade nelle valli alpine, dove il ricordo o la leggenda di un fatto possono conservarsi da un millennio all’altro; la pianura è un mare dove le onde del tempo si succedono e si annullano, evento dopo evento, secolo dopo secolo: migrazioni, invasioni, epidemie, carestie, guerre vengono oggi ricordate soltanto perché sono scritte nei libri ; se non ci fosse la scrittura non ne resterebbe traccia. 

Faceva caldo: un caldo intollerabile, da sconvolgere la mente degli animali e degli uomini e dar corpo alle paure collettive di prodigi che si verificavano un po’ ovunque, nei villaggi della bassa o nella stessa città di Novara; di mostri o Diavoli o fiere bestie che apparivano di notte e anche di giorno, a spaventare i viandanti; di contagi che s’iniziavano come in passato, in modo apparentemente casuale, e invece erano peste: peste nera, per cui non c’è rimedio. Soprattutto questa paura, della peste, era diffusa in ogni ceto sociale e non risparmiava nessuno, ricco o povero, ignorante o colto, nobile o plebeo; riaffiorava ogni anno all’inizio dell’estate e poi cresceva con la siccità, diventava ansia, angoscia, attesa spasmodica di un evento che la voce pubblica puntualmente s’incaricava di registrare, anche quando le epidemie non arrivavano, arrivavano gli spaventi: c’era sempre qualcuno che s’ammalava all’improvviso con sintomi misteriosi, gonfiandosi negli arti, delirando, presentando escrescenze a forma di bubbone o grandi chiazze violacee su tutto il corpo… C’erano le voci che si propagavano di quartiere in quartiere, di villaggio in villaggio, che dicevano: Tizio è stramazzato mentre camminava per strada, Caio ha visto una zingara fargli dei cenni e dopo poco gli sono venuti dei dolori atroci nella schiena e nel petto e naturalmente si trattava di notizie che in un’altra qualsiasi epoca dell’anno avrebbero suscitato scarsissima emozione, a chi mai interessavano le condizioni di salute di Tizio e Caio? Ora invece la gente impallidiva, appariva costernata: “Poveretto! Come mi spiace! Era ancora così giovane!” In realtà, nessuno pensava al malcapitato cui la disgrazia veniva attribuita. Pensavano a se stessi, si dicevano: “Ci siamo, è ritornata la peste! San Rocco, San Gaudenzio, aiutatemi a non prenderla! San Cristoforo, tu che preservi da ogni male, preservami anche da questo! Madonna del Soccorso, soccorrimi”. La città che l’inquisitore aveva trovato al suo ritorno dalla Riviera d’Orca era un intrico maleodorante di viuzze piene di ratti, d’immondizie, di escrementi ma era anche altro, era una miscela di paure che prendevano corpo e diventavano visibili nelle statue della Madonna, di San Cristoforo e di San Rocco esposte sopra altarini improvvisati agli angoli delle strade, con le candele accese tutt’attorno e rustiche corone d’aglio che gli cingevano le spalle; nei mazzi d’aglio e nelle immagini devote che s’appendevano ovunque, sui balconi, sui muri, sui portoni delle case […].

La chimera (1990), di Sebastiano Vassalli