Genova, 19 maggio 2020

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Carlo sostiene che suo padre era polacco, ma non è vero. Nessuno sa chi è suo padre. Neanche sua madre. Ha cominciato a dire ‘sta cazzata quando s’innamorò della nazionale polacca di calcio. Erano i primi anni settanta. Di quella squadra adorava Lato, Zmuda, Deyna e Gadocha, ma, essendo lui un portiere, stravedeva per Tomaszewski. All’Osteria dei Soprannomi lo chiamiamo così in ricordo della sua vecchia passione.
All’altezza dei reni ha una voglia circolare. Carlo dice sia la riproduzione esatta di un pallone di cuoio infangato. Dice così perché non riesce a vederla bene, a me è sempre sembrata la scagazzata di un uccello. Ricordo che da bambini era famoso per la sua mania di voler giocare a calcio all’americana. Nelle nostre fantasie, vai a sapere il perché, gli americani giocavano con una sola porta e due squadre che disputavano la partita cercando di far gol allo stesso portiere. Per lui, non c’era nulla di più bello.
Ancora adesso, nonostante l’età, ogni volta che vede dei bambini giocare a pallone per strada ci s’infila in mezzo. Ovviamente, in porta. Solitamente, i bambini sono felici perché in quel ruolo non ci vuole mai giocare nessuno. In quelle rare occasioni in cui non gli volevano lasciare il posto, è arrivato al punto d’allontanarli a calci nel culo. In questi casi, ma solo in questi, se ne frega altamente di un bambino in lacrime: è fuori di testa, come tutti i portieri.
La sua parata più bella resta quella fatta quando aveva vent’anni. Stava parlando con degli amici quando vide cadere un cucciolo di pointer dal davanzale di una finestra. S’incuneò tra chi aveva di fronte, fece un altro passo e si lanciò con le braccia protese. Placcò il cucciolo e planò su un banco d’acciughe. La gente del mercato applaudì la prodezza, ma non poté evitare la reazione del pescivendolo che inseguì l’amico portiere per tutta Piazza dei Micone. Il cucciolo, dimenticato lì per terra, fu raccolto da non si sa chi e sparì nel nulla. Alla fine, Carlo fu accusato di furto dalla padrona del cane.
Tomaszewski non poteva vedere volare niente. Se passava accanto a un tavolo da ping-pong durante una partita, potevi star certo che avrebbe allungato una mano per afferrare la pallina. Gommolo mi ha raccontato che, giorni fa, dietro il municipio di Sestri Ponente, ha dato una facciata contro una panchina per aver provato a placcare un piccione che aveva appena spiccato il volo. E’ un po’ che gli è venuta la mania dei piccioni. Ha detto che non smetterà finché non riuscirà a pararne uno.
Sogna di afferrarne uno così grosso da essere portato via, nel paradiso dei portieri. Dove i palloni sono talmente grandi e le porte così piccole che è impossibile subire gol.

Il venditore di pianeti (2006), di Marco Sommariva