Genova, 21 maggio 2020

Disegno di Fabio Santin, Credit: aparte@virgilio.it

Nella primavera del ’23 mi preparavo per l’esame di maturità. Mussolini aveva aspettato proprio il mio diploma per stravolgere la scuola. L’anno prima c’era stata la marcia su Bolzano, con i fascisti che avevano messo a ferro e fuoco la città. Hanno incendiato gli edifici pubblici, pestato gente, cacciato con la forza il borgomastro, e come al solito i carabinieri sono rimasti a guardare. Senza le loro braccia conserte e senza quelle del re il fascismo non ci sarebbe stato. Ancora oggi camminare per Bolzano mi scombussola. Tutto mi sembra ostile. I segni del Ventennio sono tanti […].

Mussolini ha ribattezzato strade, ruscelli, montagne… sono andati a molestare anche i morti, quegli assassini, cambiando le scritte sulle lapidi. Hanno italianizzato i nostri nomi, sostituito le insegne dei negozi. Ci hanno proibito di indossare i nostri vestiti. Da un giorno all’altro in classe ci siamo ritrovati insegnanti veneti, lombardi, siciliani. Loro non ci capivano, noi non capivamo loro. L’italiano qui in Sudtirolo era una lingua esotica, che si sentiva da qualche grammofono o quando arrivava un venditore della Vallarsa che risaliva il Trentino per andare a commerciare in Austria.

I fascisti intanto occupavano non solo le scuole, ma i municipi, le poste, i tribunali. Gli impiegati tirolesi venivano licenziati in tronco e gli italiani appendevano negli uffici cartelli con scritto Vietato parlare tedesco e Mussolini ha sempre ragione. Imponevano disposizioni di coprifuoco, le adunate il sabato pomeriggio per il passaggio del podestà, le loro feste comandate.

[…] da quando ci sono i fascisti niente è più nostro. Gli uomini non vanno all’osteria, le donne camminano rasenti ai muri, la sera non gira un’anima!

Passavano i mesi e continuavano ad arrivare colonie di italiani mandate dal duce. Persino qui a Curon ne è arrivato qualcuno. Li riconoscevi subito quei forestieri del Sud, con le valigie in mano e il naso all’insù a guardare pendii mai visti, nuvole troppo vicine. Dal primo momento è stato noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli.

Una mattina il prete ci venne incontro. Ci spinse in una viuzza vuota, con il muschio che macchiava i muri. Disse che se davvero volevamo insegnare dovevamo andare nelle catacombe. Andare nelle catacombe significava fare le maestre clandestine. Era illegale e voleva dire multe, botte, olio di ricino. Si poteva finire al confino su qualche isola sperduta […]. Il prete mi assegnò una cantina a San Valentino […].

Ormai mi sembravano più delle tarme, quei maledetti carabinieri. Li vedevo ovunque. […] Una sera due carabinieri hanno sfondato la porta della cantina, neanche fossimo dei banditi. Una bambina si è messa a gridare, gli altri si sono sparpagliati negli angoli voltandosi contro il muro per non vedere. Solo Sepp è rimasto al suo posto e poi, lentamente, si è avvicinato a un carabiniere. L’ha insultato con una rabbia calma che non dimenticherò mai. Il carabiniere non capiva il tedesco ma gli ha tirato un ceffone in piena faccia. Il bambino non si è mosso di un centimetro. Non ha pianto. Non ha smesso di fissarlo con odio. Quando tutti sono usciti, i carabinieri hanno spaccato la lavagna contro il muro, preso a calci le damigiane, ribaltato i mobili.

Carabinieri e camicie nere me li sognavo ogni notte. Mi svegliavo di soprassalto tutta sudata e rimanevo ore a guardare il soffitto. Prima di riaddormentarmi perlustravo il maso per controllare che davvero in casa non ce ne fossero. Guardavo anche sotto al letto, dentro l’armadio […].

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri e ci obbligavano ad andare in piazza per ascoltare gli annunci. Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi.

Resto qui (2018), di Marco Balzano