Genova, 22 maggio 2020

Credit: Disegno di Fabio Santin, Credit: aparte@virgilio.it

[…] sapeva cosa provava. Quella sorta di rabbia impotente che assale chi è senza lavoro, continua a cercarlo e riceve dei continui rifiuti – una cosa ben diversa dall’essere semplicemente disoccupati.

La brava terrorista (1985), di Doris Lessing


Ciao Marco.
Anche oggi ti scrivo per raccontarti le disavventure causate dal Covid-19 a un amico: a inizio anno decide di abbandonare il paese d’origine del basso Lazio per salire al Nord… anzi, no… te le faccio raccontare direttamente da lui.

“A inizio febbraio mi contatta un amico che vive a Milano per dirmi che c’è una possibilità di lavoro nell’azienda dov’è dipendente e che è disposto a ospitarmi a casa sua sino a quando non sarei stato in grado di affittare una stanza per conto mio. Visto che dalle mie parti la vita è dura, il lavoro scarseggia e ho un passato abbastanza complicato, non me lo faccio ripetere due volte e mi attivo immediatamente per organizzare la partenza. Il primo passo che faccio è affittare casa mia; dopo la morte di mio padre ne divento il proprietario, cosa che per molti potrebbe apparire una fortuna ma che non lo è se, come nel mio caso, sei disoccupato e non hai la possibilità economica per mantenerla. Tramite un mio caro amico sociologo, trovo una cooperativa che ospita richiedenti asilo interessati all’affitto della casa; l’abitazione aveva bisogno di adeguamenti per essere idonea a ospitarli, perciò il mese di febbraio sarebbe trascorso per i lavori e l’affitto avrebbero iniziato a pagarmelo da metà marzo. Per farla breve, l’otto febbraio parto e arrivo a Milano. Dopo 33 anni sofferti un po’ per colpa mia e un po’ per perdite familiari, pare che la vita inizi a sorridermi. 
Comincio a lavorare; non è un lavoro fantastico il venditore porta a porta, ma se sei spigliato e sai trattare con le persone – caratteristiche che mi son sempre state riconosciute – hai un buon margine di guadagno.
È un lavoro duro sia a livello mentale – prendi tante porte in faccia e insulti di ogni genere – che a livello fisico: sali e scendi scale per dieci ore al giorno; comunque, durante il mio primo giorno di lavoro ottengo subito una soddisfazione: riesco a chiudere un contratto da solo, cosa che mi dicono essere quasi impossibile all’esordio.
Il mattino dopo arrivo in ufficio e ricevo i complimenti del datore di lavoro e dei miei colleghi. Sono contento. Penso… Cavolo!, allora anch’io sono capace a fare qualcosa di buono. Per una persona come me che ha passato gran parte della vita per strada a far niente, costantemente al limite dei guai se non dentro del tutto, è uno spiraglio di luce.
Le prime tre settimane di lavoro filano via: mi alzo alle sei del mattino e torno la sera alle nove, stanco morto ma soddisfatto.
Alla quarta settimana cominciano a farsi più frequenti le notizie sul Covid-19, e la sfortuna vuole che l’epicentro dell’epidemia si trovi proprio in Lombardia. Giorno dopo giorno s’intensificano aggiornamenti poco confortanti dei vari telegiornali, poi iniziano ad aumentare contagiati e vittime e, infine, la Lombardia viene dichiarata zona rossa. Le ultime giornate di lavoro sono davvero strane: treni sempre meno popolati, metropolitane idem. Un giorno esco come tutte le mattine per andare al lavoro e, quando raggiungo la zona da coprire, la situazione è surreale: le strade del quartiere assegnatomi sono deserte. Questo lavoro è già difficile, c’è tanta diffidenza in generale, ma quella mattina le persone non rispondono al citofono e chi lo fa dice chiaramente…
Abbiamo paura, vai via!
È andata avanti così tutto il giorno. Tornato a casa ero molto preoccupato.
L’indomani decido insieme agli altri colleghi di non andare al lavoro; decisione azzeccata, visto che tre giorni dopo arriva la notizia del lockdown forzato. In concomitanza con lo stop mi arriva una chiamata dal mio paese: la cooperativa che doveva affittare casa mi fa sapere che, causa Covid-19, è tutto bloccato e che non si parte con l’affitto. Svaniva la mia unica salvezza economica; finivano così le mie speranze di ripresa, la mia vita cambiava di nuovo, ma in peggio.
Resto a Milano senza lavoro né sussidio dallo Stato. Per il primo mese ricevo un aiuto dall’azienda, poi basta.
Passano i giorni e l’amico che mi ospita comincia ad avere la febbre alta: i sintomi sono simili a quelli del Covid-19: andiamo entrambi in paranoia. Cominciamo a telefonare ai vari numeri verdi indicati per l’evenienza, ma non c’è nulla da fare, sono sempre tutti occupati. Dopo ore e ore di tentativi riusciamo a metterci in contatto con un operatore che ci dice tre sole cose: la Tachipirina va bene, il soggetto deve stare in isolamento, va contattato il 112 in caso di problemi respiratori. Chi ci ha risposto non era un medico e sapeva poco e niente sul da farsi. Sono stati tre giorni d’inferno prima di capire che era una banale febbre.
Trascorriamo due mesi chiusi in casa; usciamo solo per fare la spesa con le dovute precauzioni.
Adesso pare che la vita stia tornando normale, ma sono senza lavoro, lontano da casa e senza soldi. Probabilmente sarò costretto a tornare al mio paese e ricominciare tutto da capo. Ma partendo da dove?, mi domando. Non ne sono entusiasta. Avevo tanti progetti che il virus ha mandato gambe all’aria. La fortuna non mi è mai stata amica, ma quest’ultimo colpo è davvero duro: il Covid-19 ha spento quel minimo di speranza che ancora avevo. Tornerò alla vita di prima, disoccupato in cerca di escamotage per non soccombere alla miseria.
Posso solo ritenermi fortunato di non aver contratto il virus ma, oggi, se non muori di malattia muori di fame.”