Genova, 1 giugno 2020

Credit: Hafidh Al Droubi, pittore iracheno

Ebraismo e cristianesimo, compreso anche l’Islam, trasudano tutti e tre nettare di bontà e pietà e compassione solo fintanto che non hanno per le mani sbarre e manette, potere, cantine da tortura e patiboli. Tutte queste fedi, comprese quelle sorte di recente, moderne, che continuano a incantare così tanti cuori, sono venute tutte per salvarci e ben presto spargono il nostro sangue. Non che il mondo sia giusto secondo me, assolutamente no, il mondo è storto e bacato e pieno di sofferenze, ma chiunque venga a redimerlo provoca quasi subito fiumi di sangue.

Giuda (2014), di Amos Oz

Genova, 31 maggio 2020

Credit: sommartist@gmail.com

[…] mi tornano in mente dei versi di Harry Martinson (1904-1978): “Si leva il condor al di sopra delle reti e delle trappole dell’inca / lassù dove nessuno lo disturba. Così in alto sale che la terra una pillola diventa / laggiù sospesa.” Harry era un uomo lungimirante, che riuscì in anticipo a vedere la terra come una pillola, una prospettiva che ebbe vasta diffusione solo quando ci giunsero le fotografie a colori dai viaggi sulla luna negli anni Sessanta, e che ben presto costituirono la base di tutte le metafore che tinsero l’immagine del nostro pianeta mia e di tanti altri. Prima delle fotografie di quel corpo celeste verdeazzurro nello spazio, alle preoccupazioni per le minacce al globo terrestre si poteva controbattere con le antiche leggende sulla sua smisurata grandezza. Qualche devastazione qui poteva essere compensata da aria e acqua più pulite là e da una sconfinata natura incontaminata in qualche altro posto ancora più lontano. Per questo non deve essere sottovalutata l’importanza di quelle fotografie per la presa di coscienza degli anni Settanta. Furono probabilmente più importanti di qualsiasi parola e, siccome le minacce erano grandi e la terra non era che una pillola, parecchi di noi, nella penombra dei boschi, giunsero alla conclusione che la fase coloniale nella relazione tra uomo e natura dovesse finire. Il che naturalmente era più facile da dire che da fare, ma, come tutte le utopie, allettante.

[…] il paesaggio industriale finì per diventare così duro e squallido che l’escursionista dovette andare a cercare lontane riserve naturali, nelle vacanze – pure quelle un’eccezione, una specie di riserva. Ma anche questa forma di colonialismo è ormai in via di sparizione, o dovrebbe esserlo. Non possiamo ancora considerare tutte le riserve naturali come compromessi al ribasso determinati dalla nostra mancanza di coraggio e di fantasia, ma quel giorno verrà, credetemi.

La Depressione non chiuse il suo catenaccio su chi viveva in mezzo alla natura con la stessa rapidità con cui colpì gli speculatori in borsa.

Si era posta la questione di quale uccello potesse essere il miglior simbolo per la giovane repubblica degli Stati Uniti. Franklin, uno dei padri della nazione, fece notare che, in effetti, l’aquila è una vile divoratrice di cadaveri e che in generale non vanta una grande moralità, il che la rendeva poco adatta come simbolo. Lo era invece il tacchino. Lo presentò come un animale combattivo e valoroso nella difesa del suo stormo, inoltre, per natura, i tacchini si infuriavano a tal punto alla sola vista del rosso che aggredivano i soldati inglesi che, all’epoca, indossavano appunto uniformi rosse. Possiamo immaginarci che successo di propaganda sarebbe potuto diventare, per esempio, durante la guerra fredda, quando si dava la caccia alle guardie rosse ai quattro angoli del mondo. Benjamin Franklin si rendeva ben conto che il tacchino è un animale vanitoso e un po’ stupido – “vain & silly”, scriveva – ma le qualità positive erano comunque preponderanti. Era un pensiero irresistibile, soprattutto per uno come me che per molto tempo si è portato dentro un latente antiamericanismo, basato sulle immagini delle guerre, spesso ingiuste, combattute dalla superpotenza in paesi al di là dei mari – la politica dell’aquila testabianca […].

L’arte della fuga (2006), di Fredrik Sjöberg

Genova, 30 maggio 2020

Credit: Carmen Lind Pettersen, pittrice guatemalteca

Gunnar Widforss […] non è senza una certa costernazione che racconta delle sparizioni notturne e delle deportazioni in Siberia: “Nemmeno i parenti sanno dove vanno a finire.”

Come sono in genere le dottrine salvifiche di successo […] era una miscela ben bilanciata di truffa e di banalità […].

All’epoca dell’arrivo dei primi europei le diverse culture indiane erano sparse sull’intero continente americano. Quel che accadde dopo è ben documentato: una storia dolorosa, talmente oscura e barbara da far sembrare buona e umana, almeno se pensata come soluzione di emergenza, perfino l’idea di ammucchiare questa povera gente in riserve protette, in alternativa allo sterminio. Si cominciò a tracciare i confini delle riserve indiane verso la fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, solo qualche anno prima che venisse istituito il primo Parco Nazionale nel Nordovest del Wyoming con il nome di Yellowstone. […] Ci sono circa trecento di questi territori più o meno autonomi e noi attraversammo il più grande. Un’intera giornata di viaggio in un paesaggio piatto e arido, povero di informazioni, con strade diritte che sembrano fatte apposta per favorire lunghe riflessioni in silenzio, seduti sul sedile anteriore di un’automobile. Perché quella politica, l’idea di trasformare dei nomadi pagani in agricoltori timorati di Dio, sia fallita lo capisce chiunque. Il terreno che venne loro assegnato era sostanzialmente privo di qualsiasi valore. […] Proteggere e conservare paesaggi grandiosi non è difficile. Basta avere i soldi. La varietà, invece, sia quella biologica che quella culturale, tende a svanire se rinchiusa in un’enclave.

Cosa distingue la vergogna per un genocidio che ha portato alla creazione delle riserve indiane e di altre enclave nei deserti, anche più vicino a noi, dalla vergogna per l’assalto dell’epoca industriale ai boschi e alle montagne? Dal pentimento tardivo per le piante e gli animali in pericolo? Proprio il rischio dell’estinzione, che oggi spinge a suddividere il paesaggio in parchi della domenica e squallore della quotidianità, indica nel mio mondo un punto che si trova al di là delle riserve naturali. Il merlo acquaiolo grigio […] non ha bisogno di nessun parco per sopravvivere, solo di un po’ di rispetto. E questo vale per quasi tutto, non solo per gli uccelli. Per le cozze d’acqua dolce, per quel che volete.

La devozione religiosa non è mai stata il mio forte.

L’arte della fuga (2006), di Fredrik Sjöberg

Genova, 29 maggio 2020

Credit: Carmen Lind Pettersen, pittrice guatemalteca

[…] è ovvio che i valori delle donne molto spesso differiscono da quelli che sono stati inventati dall’altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono “importanti”; il culto della moda, acquistare vestiti sono “frivolezze”. E questi valori, inevitabilmente, trasmigrano dalla vita alla narrativa. Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest’altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto. Una scena che si svolge su un campo di battaglia è più importante di una scena che si svolge in un negozio […].

[…] non c’è cancello, né serratura, né chiavistello che voi possiate mettere alla libertà del mio pensiero.

Era strano pensare che tutte le grandi donne della narrativa, fino ai tempi di Jane Austen, non solo erano viste attraverso gli occhi dell’altro sesso, ma erano viste unicamente in rapporto all’altro sesso. Che è una porzione davvero minuscola della vita di una donna: e persino di questa un uomo riesce a saperne davvero poco, specie quando la osserva attraverso gli occhiali scuri oppure rosei che il sesso cui appartiene gli ha messo sul naso.

[…] c’è sempre un punto, dietro la testa, della grandezza di uno scellino, che non si riesce mai a vedere da soli. E una delle funzioni positive che un sesso può svolgere a favore dell’altro è descrivere quella chiazza, della grandezza di uno scellino, che sta dietro la nuca.

[…] le donne sono dure con le donne. Le donne non amano le donne.

La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non solo da duecento anni a questa parte, ma dall’inizio dei tempi. Le donne hanno goduto di minore libertà intellettuale dei figli degli schiavi ateniesi.

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 28 maggio 2020

Credit: opera di Bartolomeo Casertano

[…] persino nell’Ottocento la donna non veniva incoraggiata a diventare un’artista. Al contrario, era trattata con disprezzo, rimproverata, ammonita, esortata. La sua mente doveva uscirne logorata, e la sua vitalità diminuita dalla necessità di opporsi a questo, di confutare quello. Perché qui, ancora una volta, entriamo nell’ambito di quel complesso maschile, assai interessante e oscuro, che tanta influenza ha avuto sul movimento di emancipazione della donna; quel desiderio così profondamente radicato, non tanto che lei sia inferiore, quanto che lui sia superiore, sentimento che lo fa essere presente ovunque si volga lo sguardo, non soltanto nel campo dell’arte, ma lo induce a sbarrarci la strada verso la politica, anche quando il rischio per lui sembra infinitesimale e colei che supplica appare umile e devota.

Lady Winchilsea era nata nel 1661; era nobile, sia per nascita che per matrimonio; non aveva avuto figli; scriveva poesie, e non si deve fare altro che aprire un suo libro per vederla esplodere dall’indignazione nei confronti della condizione delle donne:

Come siamo cadute in basso! Cadute per regole sbagliate,
Dall’educazione più che dalla natura siamo state beffate;
Di ogni crescita mentale siamo private,
All’ignoranza dirette e incoraggiate […]
Ci dicono che confondiamo il nostro sesso e i costumi;
Buone maniere, moda, ballo, abiti, giochi,
Sono i talenti da desiderare;
Scrivere, o leggere, o pensare, o indagare,
Ombra farebbero alla nostra bellezza, e consumerebbero il nostro tempo,
Porrebbero fine alle conquiste della nostra giovinezza,
Mentre il tedioso governo di una casa servile
È da alcuni ritenuta per noi la massima arte e impiego.

[…] rivolsi la mia attenzione verso […] la Duchessa […] Margaret di Newcastle, più anziana di Lady Winchilsea, ma a lei contemporanea. Le due donne erano assai diverse, eppure simili nell’essere ambedue nobili, ambedue senza figli, ambedue sposate con uomini di grande qualità. In entrambe ardeva la stessa passione per la poesia, entrambe appaiono sfigurate e deformate dalle stesse ragioni. Basta aprire a caso le pagine della Duchessa per trovare la stessa esplosione di rabbia: “Le Donne vivono come Pipistrelli o Gufi, faticano come Bestie, e muoiono come Vermi…”.

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 27 maggio 2020

Credit: opera di Bartolomeo Casertano

[…] mi ero guadagnata da vivere mendicando lavori saltuari presso i giornali, facendo la cronaca di uno spettacolino qui o di un matrimonio là; avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo a voce alta per vecchie signore, creando fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini di un asilo. Erano queste le principali possibilità di lavoro aperte alle donne prima del 1918. E non c’è bisogno, purtroppo, che vi descriva nei dettagli la fatica di questo lavoro […] né la difficoltà di vivere con quel denaro, una volta guadagnato […].

“Picchiare la moglie” lessi “era un diritto riconosciuto dell’uomo e veniva praticato senza vergogna nelle classi sociali alte come in quelle basse… Allo stesso modo […] la figlia che rifiutava di sposare l’uomo che i genitori avevano scelto per lei, poteva venire chiusa a chiave, picchiata e malmenata, senza che l’opinione pubblica subisse il benché minimo turbamento. Il matrimonio non era questione di affetti personali, ma di avarizia familiare, in particolare fra le ‘cavalleresche’ classi superiori… La promessa di matrimonio spesso aveva luogo quando una sola o ambedue le parti erano ancora nella culla, e il matrimonio quando avevano a malapena lasciato la mano della balia.” Tutto questo succedeva intorno al 1470 […] circa duecento anni più tardi […] era ancora un’eccezione che donne di classe media e alta potessero scegliersi il marito, e una volta che questo era stato loro assegnato, egli diventava signore e padrone, almeno fin dove la legge e il costume glielo consentivano.

[…] se la donna non esistesse altro che nella narrativa scritta dagli uomini, la si immaginerebbe come persona della massima importanza; molto varia; eroica e meschina; splendida e sordida; infinitamente bella, e ripugnante al massimo grado; grande quanto l’uomo, e secondo alcuni persino più grande. Ma questa è la donna in letteratura. Nella realtà […] essa veniva rinchiusa, picchiata e maltrattata. […] Della più grande importanza dal punto di vista della fantasia; del tutto insignificante da quello pratico. Pervade da cima a fondo la poesia; ma la storia la ignora quasi del tutto. Nei romanzi domina la vita di re e di conquistatori; nella realtà era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo per forza un anello al dito. Dalle sue labbra piovono alcune delle parole più ispirate, alcuni dei pensieri più profondi di tutta la letteratura; nella vita di tutti i giorni era raro che sapesse leggere, a stento sapeva scrivere, ed era di proprietà del marito.

[…] era impensabile che una donna ai tempi di Shakespeare, potesse avere il genio di Shakespeare. Perché un genio come quello di Shakespeare non nasce tra gente ignorante, asservita, costretta a fare lavori pesanti. […] E dunque come avrebbe potuto nascere tra donne che […] cominciavano a lavorare quasi prima di lasciare la tutela della balia, le quali a questo venivano costrette dai loro genitori e poi dal peso della legge e della tradizione?

Una stanza tutta per sé (1929), di Virginia Woolf

Genova, 26 maggio 2020

Credit: Bartolomeo Casertano

Ora che partecipava al trambusto, all’affannoso ritmo del ticchettio delle macchine da scrivere degli uffici, capiva perché la gente provava grandi soddisfazioni nell’essere presa dall’ansia dei tempi troppo stretti per la firma dei contratti, per la realizzazione dei progetti. Era un modo per sentirsi importanti, pensava, per trovare una ragione per uscire dal mondo-focolare ed entrare nel mondo-libro dei bilanci, dove esisteva il rischio, il pericolo delle sconfitte o delle vittorie. La vita si trasformava, così, in un affare interessante, una scommessa costante, e uno poteva presumere che il tempo non scivolasse via tra le dita, che si concludesse qualcosa in quelle ore che sembravano interminabili, quei giorni che implacabilmente si ripetevano uno dopo l’altro.

Gli spagnoli dicevano che dovevano civilizzarci, farci abbandonare la barbarie. Ma loro ci dominarono con la barbarie, saccheggiarono. In pochi anni fecero più sacrifici umani di quelli fatti da noi nella storia intera delle nostre celebrazioni. Questo paese era il più popolato. E, invece, nei venticinque anni che mi toccò vivere, lo vidi rimanere senza uomini; li avevano mandati in grandi imbarcazioni a costruire una città lontana che chiamavano Lima. Li uccisero, i cani li sbranarono, li appesero agli alberi, gli tagliarono la testa, li fucilarono, li battezzarono, prostituirono le nostre donne. Ci portarono un Dio estraneo che non conosceva la nostra storia, le nostre origini e voleva che lo adorassimo come non sapevamo fare. E di tutto ciò, che cosa è rimasto di buono? mi chiedo. Gli uomini continuano a fuggire. Ci sono governanti sanguinari. Si continuano a straziare i corpi, si continuano a far guerre. Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. È l’unica cosa che di noi è rimasta: la resistenza.

[…] si mise a discorrere sull’effetto narcotizzante della rassegnazione cristiana: era ingiusto che una persona, pur essendosi comportata molto male nella vita, potesse salvarsi per il semplice fatto di essersi a un certo punto pentita in un determinato momento. Lei rispettava la sua fede in Dio, le disse, ma le religioni erano state fatte dagli uomini. Non le sembrava ingiusto che la rassegnazione la raccomandassero sempre ai poveri?

[…] la faceva adirare il comportamento prepotente e paternalista della società dei ricchi e potenti, indifferenti alla quotidiana ingiustizia che li circondava, mentre vivevano spensierati i loro privilegi.

Tanta gente cercava di ignorare la miseria, accettando le disuguaglianze come una legge della vita.

La donna abitata (1988), di Gioconda Belli